Domani nella battaglia pensa a me

Ieri sul 18 mi sono messa a guardare due tipe. Erano sedute vicine, e non so come, avevano assunto una posa stuporosa da autobus – lo sguardo vagante nel vuoto – con la stessa identica coreografia. La testa girata di tre quarti verso il finestrino con la medesima inclinazione, e le mani abbandonate in grembo come certe madonne a stoccafisso di mille pale rinascimentali. Oltretutto si assomigliavano moltissimo. L’unica differenza evidente era l’età. La prima, quella seduta accanto al finestrino, aveva forse 19 anni. L’altra non meno di 75. Avrebbero potuto essere nonna e nipote. Non fosse stato che avevo visto distintamente quella anziana salire a una fermata diversa,  e sedersi lì senza rivolgere la parola all’altra, l’avrei dato quasi per scontato. Ma non dovevano essere parenti di sangue. Piuttosto parenti di tratti, di linee. Linee fisognomiche. Ma anche linee dei trasporti, visto che erano tutte e due sul 18.

La differenza di età, specie in due donne tanto simili in cui è evidente il decorso tra un prima e un dopo, è qualcosa che al primo sguardo ti colpisce sempre come un’ingiustizia. L’istinto primordiale è quello della rabbia. Irragionevolmente ti viene quasi da pensare che quel viso vittima dell’età, te l’abbia fatto proprio come un dispetto personale di inclinazione masochista. Ce l’aveva con te, e si è riempito di rughe, buchi, solchi, rilassamenti cutanei importuni. Partiva da quell’incarnato di pesca, e si è ridotto come un colabrodo. Perché? Ti viene da chiederti? Che cazzo gli costava conservarsi? Sarà davvero così pervasiva l’erosione della forza di gravità, e non basterebbe un minimo di forza di carattere, un atto deciso della volontà, per evitare quello sfacelo?

Lo pensi per un secondo, forse meno. Poi prendi atto delle stronzate che ti frullano per la testa, realizzi che l’unica vecchiaia che ti fa davvero paura è la tua e che è per questo che la stai proiettando sulla tua vicina d’autobus, la pianti di giudicare, riponi la rabbia irragionevole nel cassetto da cui l’avevi tirata fuori, e cominci a dare alle cose il nome che hanno.

Si invecchia. Il corpo cambia. Nulla di quel che puoi inventarti può seriamente modificare questo stato di cose. Anzi, da quel che posso vedere, qualsiasi tentativo radicale messo in atto dalla tecnologia per risolvere il processo, allo stato attuale delle cose dà luogo solo ad esiti patetici. Certo puoi rallentare le cose se mangi, se bevi, se dormi, soprattutto se vivi pienamente. Ma prima o poi devi spostarti dal sedile accanto al finestrino a quello del corridoio, e imparare a convivere con lo specchio che ti restituisce l’immagine di una faccia a cui la gravità e le esperienze hanno cambiato fisionomia.

Può sembrare difficile, e credo che lo sarà. Ma mentre osservavo le due donne, ho promesso a me stessa di impegnarmi davvero in questa battaglia. Perché il mio corpo l’ho odiato tanto, irrimediabilmente, senza pietà,  come il mio peggiore nemico, e in un’epoca in cui la gravità era dalla mia parte. Mi è costato molta fatica farmi perdonare da lui per il male che gli avevo fatto. Per cui, se ci riesco, per il futuro vorrei proprio invertire questo paradigma. Vorrei imparare ad amarlo quando le ragioni del mondo sconsiglieranno di farlo. Quando esplodendo in una risata la faccia mi si frantumerà in un canyon di rughe. Quando la superficie della pelle del viso sarà raddoppiata in densità e spessore. Quando perfino gli stronzi mi cederanno il posto a sedere sul 18, e mi terranno il braccio mentre mi siedo sulle ginocchia insicure. Voglio provare a diventare una bella vecchia, una di quelle che non ha paura di niente e che coltiva con trasgressivo piacere l’idea di una Soglia che ormai si fa proprio a portata di mano.

So cosa serve per ottenere questo risultato, tra l’altro. Ne ho proprio una precisa cognizione. Serve godersi tutto, sempre, ogni stilla di vita che ti passa tra le mani come fosse una benedizione. Serve passione per quel che c’è dentro e per quel che c’è fuori. E serve gratitudine assoluta, estrema e incondizionata.

Sono qui. Pronta. Piantata sulle gambe con i pugni sui fianchi. Che passi pure il Tempo. Noi lo prenderemo a braccetto, e se crede di farci paura, gli faremo il solletico e gli daremo un bacio dietro le orecchie. E poi voglio proprio vedere se insiste a resisterci.

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12 thoughts on “Domani nella battaglia pensa a me

  1. Ciao, Middlemarch. Ti leggo da qualche tempo – sempre con interesse – nonostante che non abbia mai commentato (il commento, generalmente, non mi si confà). Volevo solo dirti che questo tuo post mi ha portato alla mente un altro tuo, scritto direi un anno fa circa, sulla tua sosta in un elegante, storico caffè della tua città. Mi riferisco al tuo incontro (senza scambio verbale) con un monaco buddista, anche lui avventore del caffè. Mi piacque molto, lo trovai… vicino, reale. Trovo che ci siano legami con il post odierno per andare avanti, trovare qualche filo nascosto. “Beauty is skin-deep”. Con affetto, anche se non ti conosco personalmente. Lorenza

    • Ragazzi, ve lo devo dire. Quando mi citate, lo giuro, mi commuovo. Perché un blogger con un minimo senso critico non si dimentica mai di essere fondamentalmente un cazzone virtuale. E quando il caso gli dimostra che c’è qualcuno che non solo legge, ma che addirittura mette in relazione i post, crea assonanze, riconosce un filo rosso, si sente – come dire – felice, ecco. Poi sia chiaro che è proprio quel che faccio anch’io con i blog che seguo abitualmente, anche perché non perderei tempo a leggere roba noiosa. Però quando qualcuno fa lo stesso con te, ti fa particolarmente piacere. Grazie, Lorenza. La skin-deep beauty, se serve dirlo, è proprio il genere di bellezza che preferisco. Anche perché, per restare in tema con il post, è l’unico su cui puoi far conto sul lungo periodo.

  2. Sei l’unica che mi metterei a leggere alle sette di mattina d’un Primo Maggio. Ero rimasto molto indietro. Ma ne vale sempre la pena.

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