Scarrafoneland

Sabato pomeriggio è esplosa la primavera.  L’ha fatto in modo talmente fragoroso che ha schiantato i vetri delle finestre, si è riversata nelle case e nelle strade come un fiume in piena, e ha trasformato questa città padana afflitta dalla variante più fetente di clima italiota, in un angolo caraibico in subaffitto. Le previsioni oltretutto dicono che tiene. Oh se tiene, ragazzi.

C’è parso un buon motivo per andare a fare una passeggiata in centro, sederci nelle piazze a bere un caffè, e poi entrare in un paio di negozi con allettanti proposte primaverili in vetrina, ché non so voi, ma io sono fisiologicamente incapace di fare acquisti diversamente stagionali. Amme non mi puoi chiedere di provare il bikini in marzo, o il parka a luglio. Per nessuna ragione. E se questo mi fa perdere delle occasioni, be’, chissenfrega.

Io faccio shopping da sola, rigorosamente, perché la badante che m’aspetta fuori del camerino è qualcosa che non tollero. Quindi se non sono sola, come in questo caso, l’attività più fashonable che riesco a esercitare è assistere qualcuno negli acquisti. Io però mi astengo. Sabato ho fatto da escort modaiola a mio marito. Con gli uomini poi è anche più facile, perché lo sai che hanno i loro posticini fissi e che si fanno molte meno paranoie.

Il primo e unico negozio in cui siamo entrati è nuovo. Avrà aperto forse sei mesi fa. Era la seconda volta che ci andavamo e a me è piaciuto subito. Perché non sono il genere di moglie che conosce a menadito il contenuto dei cassetti del coniuge, e meno che mai che sarebbe in condizione di fargli la valigia. Detesto assumermi la responsabilità delle scelte estetiche d’abbigliamento per procura, come se lui non fosse in grado di farlo, e non giro tra gli scaffali afferrando capi d’abbigliamento per dirgli ‘prova questo’. Il negozio in questione mi piace particolarmente perché c’è un commesso simpatico che essenzialmente fa questo lavoro con discrezione al posto mio. Per cui gli ho messo il marito nelle mani e me ne sono andata a girellare.

Appena dietro l’angolo del camerino, mi sono imbattatuta in una tipa rossa a incandescenza, tipo Milva, all’incirca della stessa età. Solo, alta come un chihuaha. Ecco, lei era il proprio il genere che frugava fra gli scaffali per procura, e anche con una certa determinazione. Allora mi sono guardata in giro per verificare il destinatario della sua matronale autorità, e ne ho trovati due. Il verosimile marito. E il verosimile figlio. Il marito alto più o meno come lei. Il figlio messo un po’ meglio. Mi sono messa a osservarli di sottecchi, e siccome anche mio marito la tirava per le lunghe, ho fatto in tempo a ricostruire il perché e il percome dell’interazione familiare. Il verosimile figlio andava a nozze, e non in senso figurato. Si sposava. E aveva bisogno di una camicia. Bianca. Perché non era certo il genere di nucleo da cui ci si potesse aspettare una botta di vita in questo senso. Tutte le smanie cromatiche erano già state interamente fagocitate dall’esplosione cremisi sulla testa della madre, e non c’era spazio per altri colpi di testa. I 3 si muovevano compatti come solo nei paesi di antica tradizione familiare cattolica vedi fare. Erano, sostanzialmente, un organismo pluricellulare. Ma unico. Il verosimile marito ogni tanto dimostrava un minimo di autonomia appartandosi e cogitando riflessioni amare in solitudine con le braccia raccolte dietro la schiena e il busto leggermente inclinato verso il pavimento, ma a parte questo, erano sempre uniti come una falange di opliti. La rossa, va da sè, in quel preciso frangente era l’autorità unica e indiscussa. E’ stata lei a interrogare senza sosta la commessa, lei a uscire fuori dalla porta del negozio per dissimulare alla luce del sole eventuali nuances traditrici del tessuto, lei che ha tastato storcendo il naso la consistenza della tela, con l’aria sapienziale che hanno solo le donne di quella generazione, e che, ringraziando Dio, tutte noi nate dopo il 1960, abbiamo imparato a buttare nel cesso a favore di competenze francamente più spendibili sul mercato dell’autodeterminazione di genere.

Ho ripensato alle scene che vedo puntualmente ripetersi ogni anno all’università all’epoca dei test di ammissione. Ragazzi di 19 anni suonati che escono dalla prova e trovano ad attenderli mamma, papà, il fratellino con l’apparecchio per i denti, e la vecchia cara nonna con il cane al guinzaglio. E ho pensato: un sottile filo rosso unisce, evidentemente,  le dee ancestrali del bacino del Mediterraneo che hanno preceduto l’avvento delle religioni olimpiche e poi di quelle monoteistiche, il culto della Madonna come Madre delle Madri, e questa straminchia di abitudine tutta italiota di trattare i figli come bisognosi di soccorrevoli cure fino all’età della pensione, come se essere Madre fosse non una condizione biologica e culturale, ma sostanzialmente uno Status di Maggiorità Spirituale che innalza colei che l’ha conseguito, un po’ come la santità, e che una volta acquisito non si perde più, per nessuna ragione al mondo, nemmeno quando il figlio accede a una fase della vita in cui non ha più bisogno di te.

E se non ha più bisogno di te biologicamente, bisognerà fare in modo che continui ad avere bisogno di te culturalmente. Bisognerà abituarlo fin da piccolo. Bisognerà riconglionirlo con la prassi assitenzialistica e il genitore di sostegno. Bisognerà affiancarlo nelle occorrenze più semplici senza che impari mai niente di sè e del senso dei propri limiti. E questo affinché poi possa arrivare serenamente ai 30 anni di età, e non trovare nulla di strano, nulla di nemmeno remotamente ridicolo, nel sentire il bisogno della consulenza spirituale di sua madre per andare a comprare la camicia con cui sposerà la donna che ha scelto. Passando dalla minorità psichica materna, alla minorità psichica coniugale.

La mia amica Franceschina tanti anni fa soleva ripetermi: il problema degli uomini italiani sono le madri italiane. Perché poi vatteli a sposare, e vedi che risate che ti fai.

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6 thoughts on “Scarrafoneland

  1. … La donna che ha scelto? Dici? Non ci credo mica tanto a questa storia della scelta, in quel contesto ci sta come… i cavoli in una merendina al cioccolato.

    Poi invidio Dantès perché può leggere e scrivere e commentare anche sotto datura di lavoro. Ecco.

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