Che qui si parla di Nuovo Testamento, per dire

La cosa buffa di questa vicenda è che costituisce l’applicazione empirica di un’attitudine che mi affligge da molto tempo. Io sono un tipo potenzialmente ostico. Giusto oggi, per dire, ho scritto una mail ai colleghi per ricordare che una certa cosa andrebbe fatta in un modo piuttosto che in un altro, sennò sono casini. Nelle mie intenzioni c’era solo il desiderio di essere chiara. E invece, mi è stato riferito, i toni che ho scelto sono stati troppo diretti. Ho voluto scusarmi pubblicamente, tanto più che, una volta tanto, insultare non era davvero mia intenzione.

Ma è evidente che a volte mi esce una carica difensiva sproporzionata rispetto al contesto in cui mi propongo di applicarla. Ho il pilota automatico contro la stronzaggine attesa. Sono sempre pronta a non lasciarla passare liscia a nessuno se mi pare di vedere in atto un’ingiustizia o una scorrettezza. Virtualmente, sono una cagacazzi. E anche se empiricamente spesso mi spacco in quattro per essere soccorrevole, poiché lo faccio dietro una scorza rugosa, si nota meno di quel che si dovrebbe, e la colpa è solo mia.

Tutto questo per dire che con me il prepotente, lo stronzo, l’aggressivo, il pieno di fuffa, e il lei-non-sa-chi-sono-io è perdente in partenza. Lo asfalto con la mototrebbia prima che abbia il tempo di dire ‘ah’.

E’ la creatura gentile, che mi frega. Quello che non urla e che chiede flebilmente. Chi non si arrabbia e modera i toni della voce. Per non parlare dei deboli, che mi fanno sentire in colpa. Perché debole non sono stata mai. Vulnerabile, senz’altro,  più invecchio e più me ne rendo conto. Incommensurabilmente imbecille magari, si, anche quello. Ma la debolezza è una trasparenza nella trama del carattere che non possiedo. Sono là. O sono qua. Con te. O senza di te. Ma non nego mai la verità del punto in cui mi trovo. Anche quando non ho la minima idea di dove sono. Cioè nella maggior parte del tempo.

I deboli mi inteneriscono, perché il mio non è un talento, è una cosa che ti trovi in dotazione senza averla chiesta. Il mio eroe personale è sempre stato il fratello imbesuito del figliol prodigo, quello che continua a puntare la sveglia alle cinque del mattino che piova o tiri vento, che resta a casa a spicciare la stalla mentre l’altro se va a sperperare i denari di papi in sesso droga & cocaina. E poi torna. Perché prima o poi torna. Torna pentito. E tutti gli vogliono bene, e in piena letizia si decide di ammazzare il vitello grasso come se avesse portato a casa con un biglietto vincente di Win For Life.

Sono il fratello a cui rode il culo. Perché lo danno tutti  per scontato. Perché non dà gioie e nemmeno tormenti. Perché non insegue e non si fa inseguire. Il fratello comprato al mercato dell’usato con l’allestimento never complain never explain. Quello che quando ti vede cadere nel burrone non tira dritto, ma si ferma e scende dalla macchina. Per cui se lo vuoi catturare in fondo è la preda più facile del mondo. Basta solo avere cura di farsi trovare sempre in uno stato di bisogno. E sta’ tranquillo che a quel punto lui non può più andare da nessuna parte.

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17 thoughts on “Che qui si parla di Nuovo Testamento, per dire

  1. Proprio ieri leggevo di una statistica fatta su 100 milioni di mail dalla quale è risultato che “quelle caratterizzate da un approccio segnato da un certo pathos negativo, un taglio più provocatorio e quindi, nel complesso, meno garbato ed educato, ottengono percentualmente una risposta più rapida, spesso entro la giornata successiva”. Il problema però, come nel caso tuo, e non evidenziato dalla statistica, è che la risposta che ottieni, sorvolerà sul contenuto ma si focalizzerà sulla forma. E questo, oltre a farci incazzare due volte, è un male tutto nostrano. Così, parcheggiando, quando il nostro amico ci fa notare “guarda che è riservato agli handicappati”, gli risponderemo “ehi, rispetto!, si dice, diversamente abile. Comunque dai, facciamo in fretta, solo 10 minuti”. Cloc.

    • Però a volte io ci metto davvero troppa carica negativa. Mi piacerebbe – e non devi darmi corda quando ci provo, ti prego, perché già di mio ho la tendenza all’autoassoluzione perpetua! – credere di essere sempre nel giusto indipendentemente dai toni. Non sai nemmeno quanto mi piacerebbe, testina di Lupo! Ma certe volte ci metto del mio, ed è inutile che me la racconto. Però invecchiando miglioro, questo si.

      • Vorrei non darti corda ma, sono così schierato che quando dici che “invecchiando migliori” penso che se è vero che alcune persone migliorano invecchiando, altre, come te, hanno un tale carisma che perfino la vecchiaia metterà in discussione se stessa e, piuttosto che migliorare te, migliorerà se stessa.
        Un pò come si comporta quel direttore quando la segretaria gli dice:
        “Direttore, ho avuto un diverbio con Rossi, il nostro venditore, e mi ha mandata a cagare. E quando gli ho detto che sarei venuta a dirglielo, ha mandato a cagare anche lei”
        Il direttore chiede alla segretaria di mostrarle il fatturato del Rossi negli ultimi 5 anni e dopo aver letto i numeri le risponde: “Signorina, io vado a cagare, lei faccia come crede”.

  2. forse sono un po’ ot, ma leggendoti mi è venuto in mente che nel mio ufficio non possiamo più mandare mai comunitarie. peccato, era tanto divertente il venerdì pomeriggio sparare cazzate virtuali con i colleghi o lanciare invettive contro terzi (ricordo una mia mail, forse un po’ ingenuotta, ma ero gggiovane, della serie “boicotta il Salone del Libro perché è ospite dell’utri”). oggi al massimo possiamo comunicare la lieta novella di un qualche neonato o la tragica ineluttabilità di un funerale. detto ciò, ma lo sai che quando ti leggo sento la tua voce? che di solito mi succede con camilleri e guccini, per dire…

    • Davvero non potete? Cioé è uscita una specifica circolare? E quando dovete dirvi qualcosa di collettivo che fate, usate il megafono?
      Questa cosa della voce mi pare tenerissssima e mi fa diventare rossa. Merci.

      • La mai che sono mail non mi impensieriscono punto. Non me ne ero nemmeno accorta. Tu sai che quando parli con la Regina Galattica del Refuso certe robine non devi metterle in conto. Sono aggratis.

      • è uscita una specie di circolare. via mail, naturalmente 🙂 comunque, non è che non possiamo, diciamo che è meglio evitare a meno che non siano cose strettamente di lavoro, sennò poi ti rompono (in realtà “ti rompe”, perché è uno solo che è in fissa con questa cosa, sta ai piani alti e non è neanche il boss dei boss…)

  3. Allora:
    punto 1 la trebbiatrice non asfalta.
    punto 2 concordo con il limitare l’uso della mail per comunicare al mondo qualunque cosa, che poi s’innesta la sequenza di risposte, polemiche, battute, contropolemica, proposta, ma perchè nun famo così, ma chi te l’ha detto etc… etc…
    Ovviamente ognuna con i suoi bei 32 metri di code, destinati ad allungarsi all’infinito.

    • La trebbiatrice è una macchina agricola utilizzata per sgranare i cereali e separarli dalla paglia come nel caso del frumento o del riso. A Padova, invece, seguendo una antica tradizione contadina, le trebbiatrici venivano e vengono tuttora adoperate anche per asfaltare le strade.
      cfr. K. Baumbauschemberger – Macchine Agricole Bivalenti – Ed. LaQuarta

      • Hai saltato la parte della sgranatrice, che è l’attrezzo che misura il calibro dello sguardo di chi non osserva mais una trebbiatrice al lavoro, neanche sui campi di grano fruscianti con le nuvole a pecorelle grandi (che sono diverse dai pecoroni)
        cfr. CdB, LubrificantiManas, Edizioni Spaolinizzate.

  4. Le vostre competenze mi lasciano basita. A voi non la si fa. In effetti ho detto mototrebbia a caso, solo perché mi pareva sufficientemente aulico. Ma lo sa dio se ho la minima idea di cosa sia una mototrebbia, e cosa puoi aspettarti da lei al meglio del suo potenziale.

  5. Non ci credo. Lupo te me stai a cojonà.
    Avendoci lavorato con le mietitrebbie in Romagna (la trebbiatrice soprattutto. quella antica, rossa, tutta di legno, movimentata da una lunga cinghia collegata ad un trattore) non mi capacito di come possano anche asfaltare.

  6. Credici Vip, non ti stò a cojonà.
    Padova non sta in Romagna ed avendoci lavorato con la mietitrebbie a Padova (la trebbiatrice padovana, soprattutto quella antica, anch’essa rossa, anch’essa tutta di legno, anch’essa movimentata da una lunga cinghia collegata ad un trattore) nemmeno io mi capacitavo di come potesse anche asfaltare – ma se lo diceva la Middla, significava che si poteva fare – così misi in moto ed asfaltai tutta la riviera dei Ponti Romani, svoltai per via San Francesco e proseguii fino a Piazza delle Erbe ovviamente. Uno spettacolo. Quel colore grano dorato. Una cosa unica, anche se con la pioggia germogliava un pò.

  7. Leggendoti mi rendo conto che, nel mio caso, la riconoscenza che provo del normale, dello scontato, si traduce nella preferenza degli anziani.
    Son tutti a stracciarsi le vesti coi bimbini, cuccioli indifesi, che si dimenticano di educarli alla vita e che la loro potenzialità ancora inespressa potrebbe pure essere criminale.
    Il fratello del figliol prodigo è vecchio, piazzato in un angolo a dar poco fastidio con le mani che ti raccontano una vita di lavoro, che in qualche caso spera di trapassare per non dare altro fastidio.
    Invece spesso ha tante cose da raccontare, una impagabile nobiltà da vissuto, una ricchezza che viene sperperata per correr dietro alla rivoluzzione dei ggiovani cuor di leone a cui troppo si perdona in termini di rispetto.
    Ora inizierò una collezione di mietitrebbie asfaltatrici.
    paolo

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