Amazzoni non si nasce. Ma non è comunque un buon motivo

Nella palestra che frequento, con la tariffa base puoi fare quello che vuoi. Puoi stare in sala, se ti piacciono i pesi e le macchine cardio, oppure i corsi, se ti diverte l’idea di essere oggetto di pratiche masochistiche da parte di un istruttore referenziato. Io me li giro tutti, sala e corsi, a seconda dell’estro, e privilegio la tipa che insegna Jazzercise. Siccome c’è la musica, per diretta appartenenza di genere aristotelica, siamo tutte femmine. Che per l’omo da palestra, la musica è come la kryptonite per Superman. Non gliela devi far sentire manco di striscio, sennò è il collasso e la perdita dell’identità.

Per me femmina  è una parola polimorfa. Il valore che gli attribuisco dipende tutto dal contesto in cui ne faccio uso. In questo caso, non è una bella parola. Nel caso della classe con cui faccio Jazzercise, è ancora peggio. Io non so esattamente perché, ma quando metti una gruppo di femmine in uno spazio ristretto a svolgere un’attività genericamente routinaria come la ginnastica con la musica, finisce per prevalere la dimensione uterina della femminilità, che è quella che mi straccia i maroni. Prende corpo nell’aria un ectoplasma, un’essenza di spirito muliebre, che è un distillato di cliché con cui non riesco a trovare nessun punto di contatto.

Per esempio.  C’è una sequenza di passi che include l’atto di tirare ritmicamente una serie di pugni nel vuoto per allenare i muscoli del braccio. Da un paio di lezioni l’insegnante – una ragazzina caruccia e muscolosa sui 27 o 28 anni – ci ha chiesto di accompagnare i pugni con un urlo in espirazione. Ora, io ho fatto 10 anni di karate. Nel karate l’urlo, il kiai, fa parte della pratica strutturata, ed è praticamente la prima cosa che ti insegnano. A me poi era anche quella che veniva meglio di tutte, ché per il resto come karateka non sono mai stata un granché. Però ragazzi, se c’è da smuovere il terzo chakra a gambe larghe piantate al suolo tirando uno zuki,  be’ io ci godo come un macaco. Tanto per capire quanto è essenziale e quanto presto lo impari, guardatevi questi cocchini qua che mi fanno morire.

Insomma in buona parte per inclinazione caratteriale, e un po’ per competenza apprese, si può ben dire che a me gli All Blacks in assetto di guerra mi fanno una pippa. Potrei eseguire l’haka con la stessa naturalezza di un maori, se solo me la insegnassero. Anzi, in situazioni tipo queste, al di fuori cioè di una classe di karate dove è un comportamento perfettamente nella norma, tendo addirittura a farmi scrupolo a cacciare un ululato anche se richiesto, perché io quando urlo, urlo. E non mi piace turbare il gentile pubblico in sala.

Che è la ragione per cui, alla richiesta dell’istruttrice, ho taciuto. Percepivo un’altissima concentrazione di ormone dell’impotenza  – quello specialissimo dispositivo chimico che rende le donne querule, timide, impacciate, tremebonde, non autorevoli, sospirose e genericamente fragili e bisognevoli di soccorso – e avevo la certezza matematica che, se l’avessi fatto,  sarei stata l’unica a urlare. Alla fine però non ho resistito al richiamo della natura, e visto che l’insegnante continuava a insistere di tirare fuori il fiato, i miei kiai li ho infilati uno dopo l’altro fregandomene delle implicazioni. Da sola. Esattamente come avevo previsto. E mentre urlavo pensavo: perché, perché, perché non sapete imporvi? Perché vi vergognate di attirare l’attenzione su di voi? Perché la potenza è  un concetto così estranea alla vostra natura?

Poi la lezione successiva, contrariamente a quel che mi aspettavo, l’istruttrice è tornata a chiedere di urlare. E di nuovo la volta dopo. E con mia sorpresa, questo titubante gruppo di signore di mezza età, ha lentamente preso a tirar fuori un minimo di fiato. Voi direte: be’ certo. Se glielo insegnano, lo fanno. Anche a te l’hanno insegnato, no? Si, ma a me l’hanno insegnato a karate. Una disciplina che mette in atto una preselezione a monte. Nel senso che non ci vanno tutte. Ci vanno quelle che hanno già l’opzione non fatemi incazzare in modalità on. Perché se non ce l’hai, vai a fare macramè, evidentemente.

Per cui ho pensato: vedi in fondo quanto basterebbe poco? Un paio di orette alla settimana, da dedicare a prendere contatto con la tua rabbia in modo assolutamente inoffensivo per te e per il prossimo, perché è solo energia che scarichi fuori con un urlo, e subito dopo passa la paura. Ma che al tempo stesso ti insegna a non reprimerti e a cacciare fuori tutte quelle frustrazioni che, se invece tieni dentro, finirai per scaricare necessariamente in famiglia o rompendo le palle al prossimo tuo. E non solo. Ti insegna a sentire il suono aspro e roccioso del tuo corpo. Ti permette di sentire la tua forza perché i kiai escono dallo stomaco, il centro del potere. Ti danno la centratura che ti radica saldamente alla terra e ti innalza come una torre. Ti ricordano chi sei e cosa puoi fare. Ti dicono che non hai bisogno di nessuno, e che in ogni luogo puoi arrivare con le tue sole forze.

Certo, bisogna esercitarsi per un po’. Però secondo me farebbe bene a tutte. E che sia chiara una cosa: io la storia la amo alla follia. E’ stata la mia prima, grande passione. Ma se penso che stiamo ancora a perder tempo insegnando alle bambine quelle quattro fregnacce su Annibale e Asdrubale, gli elefanti e le guerre puniche, invece di istruirle su come crescere, essere felici, e proteggersi da chi vuole fare loro del male, un po’ mi prudono le mani.

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7 thoughts on “Amazzoni non si nasce. Ma non è comunque un buon motivo

  1. Nello yoga la parte del leone, nel senso catartico e liberatorio che tu descrivi, la fa simasana (appunto). Non ho trovato niente che renda l’idea tra i video di youtube, perché vi si trova per lo più lo yoga venduto in sounding flaccing surround: ‘na roba per lo più inguardabile e con musica inascoltabile, a parte il fatto che nessuno ruggisce per davvero, qualcuno soffia… leoni asmatici o muti.
    Quindi mi affido alle figure:
    questa e questa, in cui il bimbo aggiunge un’ulteriore sfumatura di ludicità arcobalenica.

  2. Te ne prego, vieni ad insegnare un po’ di kiai alle mie 15 donne 15 a cui faccio laboratorio di teatro. Ora, è un testo sulla Shoah. Ebbene, ce ne sono certe che si preoccupano di quanto il fazzoletto in testa possa scompigliargli i capelli. Altre che vanno fuori copione e invece del tu si danno del lei. Altre che vorresti scovare dove si sono nascoste la manopola del volume, tanto son soffuse. Ti aspetto, middle.

    • Ah, mi piacerebbe insegnare un po’ di autocoscienza, ci puoi scommettere. Non so bene come, ma qualcosa mi inventerei. Comunque, dai, il solo fatto di scegliere di recitare è già un passo significativo, no? Fossero state completamente paralizzate, non avrebbero mai deciso di salire su un palco.

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