Cose che mi sono successe a Istanbul: intro(1)

Ci ho dovuto pensare su. Perché Istanbul mi ha molto ispirata, e da diversi punti di vista. E in fondo erano svariati annetti che non facevo più un viaggio al di là dei paesi confinanti con lo stivale. Forse perché col signor Middle abbiamo trascorso i primi dieci anni insieme a girare in lungo e in largo per il mondo. Mi ricordo di certe tirate transoceaniche da 18 ore con stop over a Dubai o a Bangkok, che se ci ripenso mi scatenano ancora l’attacco di panico.

Una volta siamo stati a Hong Kong con l’intenzione di fermarci 3 giorni e poi proseguire per Bali. Senonché in agenzia avevano omesso di avvisarci che per entrare in Indonesia ti serve un passaporto valido per almeno altri sei mesi dalla data della partenza. Tre volte nella vita ho usato un’agenzia – porca paletta – normalmente faccio tutto io e mi documento sull’occorrente. Ma in quella circostanza non avevamo tempo e abbiamo lasciato fare ad altri. E Diosolosa se ce ne siamo pentiti.

Al check-in di Hong Kong, mentre caricavamo i bagagli, una gentile signorina ci ha fatto notare che il signor Middle col passaporto che stava esibendo non poteva imbarcarsi per l’Indonesia. Ci siamo guardati. Abbiamo chiesto di parlare con un funzionario. E il funzionario ha ripetuto esattamente la stessa cosa, sorridendo meno. Noi ci siamo rimasti male. E abbiamo passato le successive 12 ore telefonando a chiunque nella speranza che ci risolvesse il problema. In quell’occasione abbiamo potuto apprezzare l’ineffabile utilità dei servizi diplomatici all’estero. Quando abbiamo telefonato in consolato, ci hanno risposto di essere spiacentissimi, ma il console purtroppo non era in condizione di aiutarci in quanto era a pesca. Me lo ricordo come una folgorazione. Perché è una di quelle notizie che non ti spinge ad amare la diplomazia. Non è che io non capisca che uno può amare la pesca. E nemmeno che ogni tanto faccia una puntata al più vicino torrente disponibile. Ma me lo devi proprio dire al telefono mentre sto per essere rimpatriato col foglio di via? Non avete un protocollo per le emergenze che contempli un elenco di pietose menzogne da ammannire all’utenza? Non puoi ricorrere a una crisi internazionale, un’epidemia globale, un summit improrogabile, una crisi nelle forniture petrolifere? Macché: cacciati come ricercati internazionali per colpa di una sogliola. Sono cose che mortificano il senso di patria. Siamo dovuti rientrare in Italia senza tante storie. Arrivati venerdì, e rientrati la domenica. Per dire che noi, quando parliamo di weekend esotico, abbiamo mete più ambiziose di una sosta da un paio d’ore all’hamman di Loreggiola.

Insomma, all’incirca cinque o sei anni fa ci è venuta la nausea degli areoporti. Avevamo preso troppi aerei e visto troppe cose forse in un lasso di tempo esageratamente breve, ed è dal 2005 circa che facciamo perlopiù solo vacanze da pensionati. Era arrivato il momento di buttare di nuovo il cuore oltre l’ostacolo, e l’abbiamo fatto.

Non che partire mentre Taksim bruciava fosse esattamente nei nostri piani. Però devo dire che ha dato colore all’impresa. Oltre al fatto che è la prima volta che passo così vicina alla storia.

Adesso con calma raccolgo le idee, e poi ne scrivo su.

Turkish species

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3 thoughts on “Cose che mi sono successe a Istanbul: intro(1)

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