Cose che mi sono successe a Istanbul: intro(2)

M’ero scordata che c’è un’altra ragione per cui abbiamo temporanemente smesso di viaggiare, anche se in effetti riguarda solo me.

Terrore degli aerei. Puro. Limpido. Cristallino. Che fronteggio solo facendo ricorso alle mie ampie riserve di ragionevolezza. E questo malgrado il signor Middle affermi che sto peggiorando, probabilmente perché col passare degli anni non si ringiovanisce, e le tare tendono a incancrenirsi. O perché gli lascio i lividi sul braccio in fase di turbolenza/decollo/atterraggio, in rigoroso ordine di gravità. L’atterraggio è ancora quello che preferisco, nei limiti, perchè il mio terrore più incorrotto è l’avvitamento a picco da 15.000 piedi di altezza. Schiantarmi contro un container a 250 km all’ora perché il carrello non è sceso, mi preoccupa già un po’ meno. A due metri dal suolo tutto mi preoccupa meno. E tuttavia anche quello non è un bel vivere.

Odio gli aerei. E ormai sono al punto in cui dovrò prendere in considerazione gli ansiolitici. O in alternativa la vodka. Una bottiglia. Che mi fa schifo, ma ritengo possa funzionare.

Stavolta poi ci è successa una cosa fantastica che non era mai capitata prima e che è evidentemente figlia del desiderio del destino di venire a provocare. Al check-in del volo da Venezia per Istanbul la hostess al desk ci fa: parlate inglese? Mai successo prima che mi si facesse una simile domanda in quella sede. Sono quei casi in cui ti senti sempre un po’ preso sul fronte dell’orgoglio. Che vuol dire parlo inglese? Vuoi sapere se posso recitarti i Canterbury Tales all’impronta imitando l’accento di Geoffrey Chaucer, o ti basta che capisca dove indicare col dito per ordinare un fish & chips? Optiamo per una soluzione di compromesso: be’, si, all’incirca, perchè? E la hostess: perché posso assegnarvi i posti accanto alle uscite di emergenza, che sono più larghi e comodi, ma in caso di pericolo siete responsabili della sicurezza dei passeggeri. Dovete capire cosa vi si dice ed eseguire gli ordini.

Mi è venuta la ridarella imbecille e il tremito alle ginocchia. Volevo prenderla a mazzate – anche perché tra l’altro era una circassa bionda che parlava perfettamente l’italiano ed era di una sconvogente bellezza. Tesoro, avrei voluto dirle, se c’è una situazione di emergenza, la questione non è che io parli inglese o meno. Potrei parlarlo come sir John Gielgud e non servirebbe a un’amata fava. Mi dovreste comunque soccorrere con l’ossigeno e i sali tutti quanti siete dentro quest’ammasso di ferraglia, perché comincerei a correre avanti e indietro come un’indemoniata e dovreste in ogni caso abbattermi con una mazzata in testa, credi a me. Per cui lasciamo perdere. Dammi i posti risicati, ma risparmiami la responsabilità morale della vita di 200 persone. Perché se fai conto sulla mia freddezza siamo già tutti morti. Dal primo all’ultimo. E mi seccherebbe cominciare le ferie con una strage.

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