Cose che mi sono successe a Istambul (3): crossing universes

Il primo simbolico avatar del viaggio è stato il Montanari. Ai tempi miei quello che andava per la maggiore era il Rocci, ma i tempi miei sono passati da svariati annetti, per cui trovo fisiologico che nel frattempo sia stato sostituito da qualcosa di diverso. Peraltro, sul fronte del latino, sento invece  dire che il Castiglioni-Mariotti spacca ancora il culo alle mosche proprio come 25 anni fa. Che del resto, ragazzi miei, pubblicare ex novo un dizionario di greco antico o di latino, così come fare una nuova edizione critica della Commedia di Dante, è una robetta impegnativo che non fai certo nei tempi morti al cesso.

Il Montanari dunque è un dizionario di greco antico ad uso delle scuole superiori. Ed è comparso nel mio orizzonte al desk dell’imbarco a Venezia. Lo brandiva un ragazzo bengalese di 25 anni circa che contrattava per imbarcarlo come bagaglio a mano. Credevo lo chiedesse per sé, e invece non era così, ma questo l’ho scoperto solo dopo. Lo rivedo di nuovo – il Monatanari, non il bengalese – nelle mani di una ragazzina di 15 anni circa, della stessa etnia, appena passato il controllo documenti. E mi si ripalesa per la terza volta dopo lo sbarco a Istanbul, nel corridoio di collegamento tra l’aereo e l’aeroporto, sempre in mano alla stessa ragazzina. Be’ ragazzi, io sono curiosa come una scimmia. Ho resistito al desk, ho resistito al controllo passaporti, ma mo’ siamo a Istanbul e sono certa che esiste qualche legge internazionale che mi consente di farmi i cazzi altrui senza ripercussioni legali. Per cui mi accosto alla ragazzina. Ne do per scontata la perfetta padronanza dell’italiano, senza la quale l’unica ragione plausibile per cui avrebbe potuto tenere in mano un dizionario di greco antico, sarebbe stata se l’interno fosse stato cavo e pieno di cocaina. Senonchè mi risulta che quel genere di droga fa di norma il percorso da oriente a occidente e non il contrario, per cui mi sono sentita abbastanza sicura di potermela rischiare. E poi lei non aveva né l’occhietto né il physique du role della cugina birmana di Pablo Escobar.

Perdonami – le faccio – ma questa curiosità me la devi togliere. Perché ti sei portata un dizionario di greco antico che peserà 5 chili su un aereo per la Turchia? Lei mi fa un sorriso bellissimo – tenete conto che era alta tipo un metro e quaranta, una cucciolina bengalese in miniatura col sari e tutto l’ambaradan, che mi fissava dal basso verso alto stimolando i miei precari accenti materni – e con assoluta naturalezza mi risponde: è che frequento il liceo classico di Conegliano ma ora sto tornando a casa. Qui siamo in transito, e per arrivare in Bangaldesh ci vorranno altre 16 ore, per cui ho pensato che per passare il tempo in volo potevo approfittarne per tradurre qualche versione di greco. Anzi, lei saprebbe dirmi dove devo andare  per il transfer? Perché questo aeroporto non lo conosco, ed è la prima volta che passo da qui.

Il cuore mi ha fatto un piccolo capitombolo strano, perché è stato come se tutta la storia del mondo in un istante si fosse sintetizzata e condensata nella faccina scura di questa piccolissima adolescente bengalese. Il passato e il presente. L’oriente e l’occidente. Il greco antico su suolo turco. Una terra dove un tempo si parlava ottomano, prima ancora bizantino, e alle origini della civiltà, proprio la stessa identica lingua codificata nel libro che lei aveva con sé. Tutto questo nelle mani di una ragazzina piccola e dignitosa che nasce all’estremo oriente del mondo per finire a vivere in pianura padana. Dal mio punto di vista, che è solo uno degli innumerevoli punti di vista pensabili in rapporto all’inclinazione dello sguardo che orienti su un qualsiasi topografia del pianeta, è  il massimo dell’esotismo coniugato alla quintessenza del provincialismo. E delle tante cose che potresti fare dopo aver percorso geograficamente e psicologicamente questa enorme massa di chilometri che ti strappano dalla tua terra e dal tuo passato, e ti trapiantano dove nessuno capirà mai davvero la lingua della tua anima, decidi di iscriverti al liceo classico, dove ti insegneranno i fondamenti di una civiltà che è scomparsa da svariati secoli, e i cui ultimi eredi sono i tuoi vicini di casa a Conegliano, quelli che in questo momento stanno facendo la fila in migliaia per partecipare al prossimo casting di Amici di Maria, e la cui conoscenza applicata del mondo antico si riduce, nella migliore delle ipotesi, a un link ossessivamente ripetuto in bacheca FB di quel passaggio del Gladiatore in cui Russell Crowe urla: al mio segnale, scatenate l’inferno.

Quando uno dice che in fondo il mondo è piccolo, può indicare tante cose. Questa versione, che non vuole significare niente di diverso da quello che è, mi ha particolarmente intenerito. La piccola bengalese ambasciatrice della storia del mondo in sincronia e in diacronia.

L’abbiamo accompagnata al desk dei trasfer –  non ci avrei rinunciato per niente al mondo – e le abbiamo augurato buon viaggio. Poi abbiamo tirato dritto verso la coda del controllo passaporti. Le ho lanciato un’ultima occhiata dal tapis roulant prima che scomparisse inghiottita da una fila. Le ho fatto ciao con la mano ma non so se mi ha visto e se ha risposto. Troppa gente a quel punto tra me e lei.

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7 thoughts on “Cose che mi sono successe a Istambul (3): crossing universes

    • Effettivamente il potere di attrazione esercitato da un dizionario greco italiano ha impressionato anche me. Considernado soprattutto che il greco non mi è mai piaciuto. Però sospetto che molto del suo fascino derivi dal fatto che era una cosa che facevo quand’ero molto giovane. Diventiamo tutti Amarcord dopo una certa età.

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