L’immensa bellezza

L’ho visto la sera prima di partire per Istanbul, e sono uscita dal cinema giurando a me stessa che non l’avrei lasciato scivolare via come certe impressioni che ti mettono le ali ma con il tempo dimentichi. Poi sono tornata, e non ho avuto mai l’occasione per fermarmi un attimo a raccogliere le idee. Ma in questi giorni ho letto una cosa che mi ci ha fatto pensare, e ho deciso che era arrivato il momento.

E’ possibile che a me abbia fatto un effetto particolare perché la distanza da Roma con gli anni ha acuito sempre più i sensi del mio attaccamento. E fin qui siamo all’ovvietà fisiologica della sudade. Quello che mi ha veramente lasciato esterrefatta delle molte cose che si potrebbero dire di un film così – che se cominciassi oggi e mi mettessi in testa di tirarle fuori una per una, fra una settimana starei ancora a compilare l’elenco – è che Roma possa fare lo stesso effetto anche a Sorrentino, che lì non è nato nè cresciuto. Un effetto diverso dal mio nei contenuti, ma del tutto omogeneo per densità e potenza. Vuol dire che Roma è una città assoluta dove possono trovare posto tutti i Significati. E che Sorrentino è riuscito a fare con la città quello che prima di oggi avevo visto fare con oggetti inanimati solo ai fratelli Coen: Roma non è uno sfondo, è un personaggio. E’ il Personaggio. Recita la sua parte, e la natura delle sue dinamiche determina le scelte di ciascuno degli uomini e delle donne sullo sfondo, che non sarebbero la stessa cosa lontano da lei o in qualsiasi altro posto al mondo.

Mi sono tornate in mente le critiche velenose che avevo letto prima di andare a vederlo. Mi ricordo in particolare quella che denunciava l’assenza di una sceneggiatura degna di questo nome. Come se questa non fosse una scelta stilistica precisa che solo un cretino, o una persona in profonda malafede, riesce a non vedere in ogni singola sequenza. E’ esattamente di questo che parla il film: La Grande Belllezza non ha sceneggiatura perché la vita non ha sceneggiatura. E quando finalmente hai finito di raccontarti cazzate e l’hai liberata di tutte le sovrastrutture culturali, religiose, sociali, politiche e psicologiche, l’hai svincolata dagli ismi, e l’hai ripulita dal catrame dell’ideologia, allora ti accorgi lei se ne fotte. Che tu ci sia o meno, che la capisci o meno, che le resisti o meno, che ci trovi un Senso o meno, la vita non sarà mai questione di teorie. La vita è questione della tua esperienza e della tua verità, che sono le uniche che contano. Lei scorre come il fiume dei filosofi. Va serena, pacificata, insensibile alle maree, come solo una grande dea sotterranea può fare. Quindi forse, mentre la attraversi, vale la pena cercare di essere il più lievi possibile, di godere di quello che c’è, fosse pure una giornata di sole, perché indipendentemente dalle dimensioni del tuo ego, non sei comunque destinato a lasciare un segno, e prima ti rassegni a questa banalità, meglio è per tutti.

C’è una scena sublime in cui una madre angosciata si aggrappa al braccio di Jep per chiedere aiuto per un figlio pazzo destinato a morire giovane. Lui la stringe e le risponde: assaggia la pizza di scarola che ha fatto la farabutta. E’ eccezionale. Una sproporzione di significati apparentemente enorme. Ma la cosa è tutta qui. Passiamo attraverso inenarrabili drammi, ci facciamo inchiodare al suolo dal peso della nostra sventura, catalizziamo il male, e lasciamo che ci paralizzi. Ma la pizza di scarola, virtualmente, è sempre là. Quella non ce la toglie nessuno. Roma è sempre là, anche Roma non ce la toglie nessuno. E allora alla fine devi capire che si tratta di scegliere e assumersi la responsabilità dell’orizzonte in cui vogliamo vivere. Avremo sempre un buon motivo per essere infelici. E un altro per alzare gli occhi e godere dell’irriducibile follia che il mondo continua a offrirci, anche se noi insistiamo nel tentativo futile di esercitare il controllo per mezzo di qualche patetica griglia interpretativa, che serve quanto un secchiello per svuotare il mare.

Tu da che parte vuoi stare? Io voglio stare dalla parte di Jep Gambardella. Che è quello che è, nell’intensità senza occultamenti della sua bellezza e delle sue miserie. E’ quello che è, senza giudizio. E Dio solo sa quanto mi è piaciuto questo film, e quanto a lungo me lo voglio tenere nel cuore.

GEP

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3 thoughts on “L’immensa bellezza

  1. Ooops, leggendo il titolo, pensavo che l’argomento fosse quello del post precedente. Beh, mi fa comunque piacere che ci siano anche altre cose belle. Senza esagerare però.

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