Non è un pianeta per educande

Nelle pagine culturali di Repubblica ieri ho letto la recensione di un saggio che si chiama What do women want?, un’indagine più o meno efficace – questo potrò dirlo con certezza solo dopo averlo letto – del desiderio femminile. Un tema su cui ho sempre avuto la fortissima sensazione che la cultura per prima, gli uomini per secondi, e le donne per ultime, si raccontino sostanzialmente delle grandissime cazzate.

Il libro, tra le altre cose, riferisce degli studi di Meredith Chivers, una psicologa sperimentale canadese, che ha fatto questo simpatico esperimento qui: ha usato un pletismografo per misurare l’attivazione sessuale su un certo campione di donne e di uomini in termini di risposte biochimiche, e poi li ha sottoposti alla visione di immagini e video a impatto sessuale basso, medio, forte ed estremamente forte. Poi ha chiesto loro di dire quanto si sentivano eccitati. Il risultato è questo: sul piano dell’attivazione, uomini e donne reagiscono più o meno allo stesso modo. Sul piano dell’autopercezione, è come se fossero pianeti diversi. Gli uomini si eccitano, se ne accorgono, e lo dicono. In loro, coscienza e desiderio sono funzioni sostanzialmente allineate. Le donne si eccitano, spesso non lo dicono, ma quello che è strepitoso è che in qualche caso nemmeno se ne accorgono. Mentono senz’altro. Mentono molto più degli uomini. Ma non sempre. In alcuni casi il problema è che millemila anni di educazione alla repressione hanno causato in loro l’inibizione del processo che consente a un impulso di raggiungere la coscienza. No neural net available.

E’ strano che mi capiti questo libro fra le mani proprio ora che ho appena finito di leggere quello di Naomi Wolf Vagina: una storia culturale. Perché lì la Wolf ti racconta cos’è veramente il potenziale fotonico della sessualità femminile, e ti fa capire con dovizia di dettagli per quale ragione è stato prioritario nella storia disinnescarlo. E qui, molto semplicemente, con un esperimento in fondo di poche pretese, si dimostra quante cazzate ancora insistiamo a raccontarci su questo tema. Quante cazzate insistiamo a raccontarci noi. Vorrei sottolinearlo. Noi donne.

La ragione per cui mi pareva valesse la pena scriverci una nota, è che questi sono tempi in cui c’è qualcuno che cerca di convincerci che l’espressività sessuale passa per la lettura liberatoria di Cinquanta sfumature di grigio o eventuali succedanei, e a me questa cosa fa venire le lacrime agli occhi. E’ come pretendere di rapportare il potenziale energetico di una pala eolica alta 25 metri, con quello di una girella multicolore. Si muovono col vento tutte e due, senz’altro. Ma il quantum di energia implicato è piuttosto diverso. Un libro come quello – tutti i libri come quello che ormai sono legioni – offre solo minima compensazione a una realtà difficile da controllare con i mezzi tradizionali. Ma che dai mezzi tradizionali non è poi tanto diversa. Il suo obiettivo è comunque ridimensionare e depotenziare.

La sessualità delle donne è un’altra cosa. La sessualità delle donne, in termine generali di cultura e al di là delle scelte individuali, non è mai nemmeno partita. E’ uscita dal menù ai tempi di Assurbanipal, e non ci è mai rientrata. Ma presuppone il coraggio di cambiare, l’assunzione di responsabilità verso quel che proviamo, e l’obbligo di abbandonare le letture cattopostmedievali del menga di cui tutte siamo ancora impregnate. Lo sono anche gli uomini, beninteso. Ma sta a noi pretendere che ci guardino in modo diverso, non a loro. La sessualità delle donne, una volta liberata, potrebbe cambiare il mondo. Forse lo farà. E forse no. Io non ho ambizioni personali in questo senso, ognuna sarà libera di pensarla come crede. Sta comunque alle donne nel loro insieme decidere. Se siete contente di quello che avete, restate pure dove siete. Ma se invece non è così, allora fateci caso. Facciamoci caso. Magari è ora è di ricorrere ad altre parole, ammettere la verità di altri scenari. Condizione senza la quale non è possibile cominciare a vedere il mondo in un modo diverso. Nè quello interiore, nè quello esteriore.

BERGNER

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2 thoughts on “Non è un pianeta per educande

  1. Mmmm Naomi Wolf, scrittrice importante. Del resto, con un cognome così, non poteva essere altrimenti. Ad essere sincero non ho letto il libro. Ho guardato solo le figure. Mi ha colpito però una frase dell’intervista che, sorella Wolf, ha rilasciato a Repubblica. Una frase in cui c’è tutta la differenza fra l’impostazione maschile e quella femminile. Un pò quello di cui parli tu quando dici “In alcuni casi il problema è che millemila anni di educazione alla repressione hanno causato in loro l’inibizione del processo che consente a un impulso di raggiungere la coscienza”. La frase della Wolf è: “Ho impiegato tre anni e mezzo a scriverlo perché ho condotto un’approfondita ricerca storica su questa parte del corpo umano, partendo dal presupposto che non è affatto scontato considerare la vagina come qualcosa di cui vergognarsi”. Io non so quanti millemila anni ci vorranno ancora affinchè non si ragioni più secondo il metro che più donne hai scopato e più sei maschio, e più uccelli hai preso e più sei troia, però leggendo oggi l’elenco dei 100 manager più pagati d’Italia, ho sempre meno dubbi sul fatto che ci vorranno ancora molti millemila anni. Infatti fra i 100, la prima donna è 67ma. Mi spiace per sorella Wolf ma il mondo è stato disegnato dal maschio per il maschio ed il femminismo e le quote rosa sono “come pretendere di rapportare il potenziale energetico di una pala eolica alta 25 metri, con quello di una girella multicolore”, come direbbe la mia scrittrice preferita. Quindi, o la donna cambia totalmente la propria strategia o la vagina continuerà ad essere “storia culturale”. Indubbiamente la più bella, fantastica, commovente, calda, eccitante, profonda, entusiasmante ed insuperabile storia che sia mai stata scritta. Non per niente è la storia più letta che sia mai stata scritta. Una storia veramente infinita.

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