Un’altra teoria dell’amore

Ci sono 3 buoni motivi per leggere questo libro:

1. Per cercare di capire perché il titolo originale – che era A working theory of love – sia diventato in traduzione italiana il suo esatto contrario;

2. Perché è fotonicamente ben scritto e ben argomentato – il che non era affatto facile se considerate che è una versiona narrativamente applicata del test di Turing;

3. E perché è capace di dire cose così: Rimango fermo. Immobile. Ogni volta che l’aquila di un cuore altrui plana sopra di te, qualsiasi cosa tu sia – un topo, un rospo, un serpente – non muoverti. Da quell’altezza, potrebbe anche non vederti.

Ricordo bene i giorni in cui ho usato il mio cuore per tentare di planare su topi, rospi o serpenti che avrei volentieri mangiato d’amore, se solo me l’avessero permesso. Ma loro sono rimasti immobili, al punto che non ho avuto altra scelta se non fingere di non averli visti. Li ricordo allontanarsi di soppiatto, convinti di averla scampata. E’ stato triste non essere riuscita a convincerli che quel che avrei voluto condividere non aveva a che fare con la violenza. Non hanno capito che tutta la faccenda si riduceva a una questione di intimità. Ma se nella tua visione della vita l’intimità è un predatore, c’è ben poco che possiamo fare per andare d’accordo.

teoria

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11 thoughts on “Un’altra teoria dell’amore

  1. Ragazzi, vi posso dire cumulativamente che cominciare le giornate con voi è un piacere? Se foste qui in questo preciso momento, ci scapperebbe senz’altro un caffè e un cornetto per tutti, altroché. Vi bacio con bramosia.

  2. Subito dopo aver letto il tuo post, ho trovato nella piccola appendice sulla Micropragmatica del linguaggio (che sembra un titolo science-folk) del libro appena finito che «anche quella classe di verbi che distribuiscono polarità positive bidirezionali come amare possono servire a mascherare stati di tensione (…) I verbi come amare (…) quindi (…) permettono maggiori tatticismi e giochi verbali, tali da facilitare l’insediamento delle forme culturali del panegirico [robaccia orribile dalle conseguenze pessime n.d.ms.], rispetto a dei verbi come minacciare che portano maggiormente allo scoperto il dubbio sulla vera consistenza degli accordi interpersonali, mettendoli più direttamente alla prova. I verbi a doppia polarità positiva si prestano quindi maggiormente a degli usi che chiameremo ignobili, compreso quello della menzogna sistematica, mentre i verbi a doppia polarità negativa forzano la necessità di inventare strategie complesse volte a portare in chiaro i residui conflittuali.» Che sembra una posticceria da pistini teorici, però epurata, non so, è come se mi si stessero diradando delle nubi nella testa di rapa.

    • Condivido ogni singola parola della tua Micropragmatica. Che peraltro nel titolo evoca Bateson, Waslavich e la Scuola di Palo Alto. Tutte personcine che la sapevano così lunga sulla natura umana, in particolare nella forma della comunicazione, che se li avessi davanti li sposere all’istante uno per uno, anche afforntando l’accusa di poligamia, se necessario. Peccato che perlopiù siano tutti morti. Peccato davvero. Allora io invece mi leggo il tuo, perché mi pare proprio interessante.

      • Allora forse è il caso che ti spieghi meglio qual è, perché quello lì è solo il titolo di una delle due appendici. Il libro si intitola Teoria delle mine vaganti di Andrea Seganti, Armando Editore (che non ha un buon correttore di bozze e neanche un buon grafico). E’ più facile che lo trovi in biblioteca da te che in libreria: io ho dovuto comprarlo on line… Fai conto che è una sorta di monografia da esame complementare, però non loffia o quantomeno non in toto.

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