Vigile come una vergine del deserto (1)

I test di ammissione all’università esercitano sempre un fascino perverso su di me, tant’è che ne scrivo praticamente tutti gli anni. Questa volta però c’è stata una significativa novità. Non nei test in sé, ma nella mia collocazione speculativa rispetto all’evento. Mi sono offerta di far parte delle commissioni di vigilanza, cosa che in precedenza avevo sempre rifiutato perché il ruolo della virago non mi piace.

Però mi sembrava che fosse arrivato il momento di accorrere in soccorso dell’istituzione per cui lavoro. Verso giugno, tutti gli anni, cominciano ad arrivare da parte dell’amministrazione dell’ateneo certe mail di tono talmente straziato, che è un attimo confonderle coi pezzi migliori di Mario Merola. Perché non possono obbligare il personale a prendere parte ai controlli, e si devono arrangiare con quanti aderiscono su base volontaria. Ma, specie per certe aree disciplinari, la gente non basta mai. E se i volontari sono insufficienti, devi prendere gente da fuori e pagarla di più. Quest’anno per medicina e chirurgia, solo a Padova, c’erano più di 3500 candidati per 700 posti. Non sono numeri trascurabili se devi accertarti che la selezione sia fatta davvero sulla base della qualità, e non della velocità di consultazione di un qualsiasi stronzo device elettronico che ormai è facilissimo nascondersi anche nelle mutande. Per cui, intrippata dalla commozione, stavolta ho detto si.

Per quest’anno però deve essere andata bene perché il giorno della convocazione per illustrare la procedura eravamo un esercito. Non credo ci fossero mano di 100 colleghi nell’aula. Siccome è una faccenda complicata, hanno opportunamente pensato di spiegarcela con cura prima di mandarci allo sbaraglio a presenziare alla selezione di quelle 3500 tortorelle con aspirazione da camice bianco, alcuni dei quali con ogni probabilità fra qualche anno cureranno anche me, o voi, o qualcuno dei nostri affetti più cari, per cui abbiamo tutti l’interesse a vigilare affinchè passino solo i migliori..

E sono successe un paio di cose interessanti. Una prima di cominciare. E una durante lo svolgimento. Ma la seconda ve la racconto dopo. La prima mi ha colpito perché è uno di quegli episodi che spiega alcune sfaccettature dell’italianità con limpida chiarezza da manuale, senza artifici retorici, e con la sola forza esplosiva della stronza esemplarità.

Il collega che dirige tutte le operazioni, e che era incaricato di spiegarcele, ha esordito dicendo che si scusava, che sapeva che forse era superfluo richiamare delle note di puro buon senso, e tuttavia, a causa di alcuni sgradevoli episodi verificatisi in passato, riteneva che non sarebbe stato del tutto inopportuno ripeterle. Una di quelle formule che servono a mitigare il senso di frustrazione che si scatena in un qualsiasi italiano medio-becero, quando viene richiamato al rispetto di norme di cui è necessario occultargli l’ovvietà, presentandogliele come atti di puro eroismo statale e parastatale, perché altrimenti c’è il rischio che si offenda. Per cui se gliele spieghi nei toni e nei modi che meriterebbe, esordendo magari con un più che opportuno: senti tu, testina di minchia, se ti azzardi un’altra volta ti faccio un culo quadro,  poi c’è il rischio che si risenta e se ne vada. E allora devi cercare di fargliele transitare sotto la dura madre con tutte le cure del caso per evitargli l’embolo.

Le norme erano effettivamente abbastanza scontate. Anche se, col senno di poi,  sono d’accordo anch’io che non è stato superfluo dargli una ripassata. Si chiedeva, visto che si tratta pur sempre di un’operazione di vigilanza, per esempio di vigilare. Non leggere il giornale. Non pippare a razzo sul tablet. Non scorticarsi il dito giocando a ruzzle sullo smartphone. Dare un’occhiata ai ragazzi, per evitare che copino e che parlino tra loro. Si chiedeva anche cortesemente, se per i colleghi non era troppo disturbo, di non aprire la schiscetta della parmigiana di melanzane fumante mentre i tapini sono costretti a rispondere a quesiti come quelli di quest’anno, che includevano domande del tipo nell’organismo femminile dove è presente il corpo di Barr? Che se tu tieni conto che a 19 anni hanno qualche problema anche a localizzare con buona approssimazione il clitoride, e non necessariamente solo i maschi, non ci metti molto a capire la portata dello sconcerto che crea una richiesta del genere, così come anche il fatto che l’alito di melanzana nell’aria non contribuisce ad acuire la loro capacità di discriminazione anatomica. Resistere insomma, strenuamente e a sprezzo del digiuno, per un’oretta e mezzo, senza avvertire la necessità di intripparsi con un panino farcito di mortadella spesso 5 centimetri coram populo. O anche di non assentarsi tutti insieme dall’aula. Andare in bagno a turno, per esempio. Tutte cose in qualche misura perfino imbarazzanti. Che però non erano scelte a caso. Erano state selezionate fra gli episodi realmente accaduti, per quanto si stenti a crederlo.

Lì per lì ho stentato anch’io. Finché non ho visto una collega seduta davanti a me, che per grazia del Signore non avevo mai incontrato prima in vita mia, che ha alzato la mano e ha cominciato a obiettare che non vedeva niente di male a mangiarsi un cracker, tanto più che i ragazzi per primi durante le prove mangiano e bevono. E fin qui nessuno le ha dato torto apertis verbis. Compreso il collega che dirigeva l’assemblea, e che ha precisato che intendeva solo avanzare un richiamo per contenere gli eccessi. Un cracker si può senz’altro mangiare, se proprio si avverte il tracollo glicemico inarrestabile. Ma, volendo, nulla impedisce di mangiarselo fuori dall’aula, dandosi appunto il turno con i colleghi che restano dentro. Parole dopo le quali ho pensato che l’argomento, che non era certo prioritario rispetto alla comprensione della procedura per la quale eravamo stati convocati, e su cui fino a quel momento non era stata detta una sola parola, fosse chiuso lì. Mi sbagliavo.

Perché la collega ha rialzato la mano una seconda volta e ha piantato una pippa di un quarto d’ora, in un’assemblea di cento persone adulte e vaccinate, per insistere a propugnare il suo Free Bakery Act, dettagliando che certe persone si svegliano prestissimo la mattina per essere presenti e puntuali alle prove di ammissione, e che lei, vivaddio, rivendicava la legittimità del suo cracker e non voleva sentirsi defraudata dei sacrosanti diritti epatici garantiti dalla Carta Costituzionale da un branco di colleghi comunisti quasi certamente etoerodiretti dalla stampa straniera di regime, essendo disposta all’occorrenza anche a presentare una protesta formale a Strasburgo. Occhei, quest’ultima frase non l’ha detta proprio così. Ma il senso era quello. E la pippa l’ha piantata davvero.

E’ un piccolo episodio, sia chiaro. Eppure mi ha evocato immediatamente il peloso sindacalismo d’accatto che è una caratteristica essenziale dell’essere italiani. Perché sono certa che la collega era perfettamente in grado di resistere senza mangiare per 100 minuti, non era quello il punto. Il punto era la necessità di piantare a tutti i costi un paletto ideologico. Quel genere di protesta sterile che s’attacca coi ramponi da ferrata alla più stronza questione di principio, senza curarsi minimamente di ciò che devasta e disintegra mentre si arrampica. La polemica che seppellisce il buon senso in nome della forma, e che sacrifica le verità sensibili e condivise in coscienza, al rispetto del cavillo ortodosso iscritto sulle tavole della legge, senza curarsi del male che fa, ontologizzando il Principio a scapito della Vita. Come se avesse senso rispettare le Idee prima delle persone da cui e per cui le idee sono state pensate. Come se la vita fosse una questione platonica invece che una faccenda di carne, sangue, riso e lacrime. Come se l’esistenza si riducesse a un affare di bella calligrafia invece che di contenuti.

La cosa confortante però è stata un’altra. Nessuno, o quasi nessuno, le è andato dietro. Magari sembra ovvio, o comunque poca cosa. Ma io sono italiana. E tutto sommato mi pare di avere portato a casa un buon risultato.

To be continued…

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9 thoughts on “Vigile come una vergine del deserto (1)

  1. da noi c’era un angelo di donna, ripiena di gentilezza e serenità, ma per compensare c’era pure un’isterica che ha fatto una lavata di testa generale ed infinita perché un’esaminanda, appena seduta, s’era alzata per andare a prendere la giacca appesa in fondo all’aula, adducendo che le ore in cui stare insieme sarebbero state tante e non si poteva farla impazzire subito. vabbè. ma il bello è stato quando un sorridente ometto ha tentato di spiegarci le regole del prima-durante-dopo esame: ne avesse azzeccata una.

    • Alle isteriche del controllo sarà dedicato il mio secondo pezzo su questa feconda esperienza. Ne avevo una anch’io in aula. Spero proprio di essere stata, in quella stessa aula, l’equivalente dell’angelo che hai trovato tu. Perché ci voleva proprio qualcosa per compensare. Se ci sono riuscita non spetta a me dirlo, ma diciamo che l’aspirazione c’era.

  2. Vorrei commentare ma poi, se commento, dici che ti dico solo cose belle. Quindi evito e, visto che sto qua, parliamo d’altro: ma tu lo sai cosa farai da grande quando tornerai a nascere? Ok, non lo sai, perchè sei ancora combattuta fra un milione di cose, e le faresti tutte bene, lo so. Ma una la fai meglio delle altre, ed è quella che farai nella prossima vita: metterai su una griffe di calzature femminili. E la tua sarà la number one in the world, perchè come disegni tu lo stivale non lo fa nessuno.

    • E anche io non ti posso dire sempre le stesse cose. Ma sono sicura che ci capiamo benissimo lo stesso. Gli stivali, per inciso, sono la mia passione.

  3. Pingback: Vigile come una vergine del deserto (2) | Middlemarch reloaded

  4. “La polemica che seppellisce il buon senso in nome della forma, e che sacrifica le verità sensibili e condivise in coscienza, al rispetto del cavillo ortodosso iscritto sulle tavole della legge, senza curarsi del male che fa, ontologizzando il Principio a scapito della Vita. Come se avesse senso rispettare le Idee prima delle persone da cui e per cui le idee sono state pensate.”

    Ecco: queste frasi rimarranno nel mio cuore assieme alla gratitudine e il rispetto che nutro nella tua capacita` di dipanare l’essenza dalla confusione.

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