Elegia per i signori G

Un paio di giorni fa, tornando a casa, attaccato al cancello vedo un annuncio mortuario. E’ evidente che si tratta di qualcuno che abitava nel palazzo, cosa che in linea di principio non mi soprende. In questo quartiere in generale, e in questo palazzo in particolare, l’età media è quella per cui ti meravigli semmai quando annunci di questo genere non ne vedi almeno tre o quattro all’anno.

Mi avvicino per leggere meglio, e gli occhi mi si fanno umidi come un riflesso condizionato, senza che nemmeno me ne renda conto. Non perché sia nulla di inconsueto rispetto ai pronostici. L’età è quella che rende giustizia alla vita: 90 anni. Non sono pochi per accettare l’idea che è arrivato il momento per lasciare che si spenga l’eco del nostro passo. Eppure questo particolare vecchietto mi commuove come una bambina. Perché lo conoscevo. Ma soprattutto per le parole che accompagnano l’annuncio. Ci sono, come di consueto, figli e nipoti che partecipano. Ma non c’è la moglie. Il che mi dice inequivocabilmente, in un colpo solo, che anche lei deve essere già morta senza che me ne accorgessi. Chissà, magari ero in vacanza è l’annuncio in quel caso mi è sfuggito.

Erano stati i primi vicini che avevo conosciuto, e mi piacevano talemente tanto che ci avevo scritto un post. Mi ricorderò tutta la vita l’immagine di loro che scompaiano lenti come tartarughe all’angolo della strada. E mi stringe il cuore come una nocciolina sapere che su quel marciapiede non cammineranno più.

La sera ne parlo con mio marito, che qualche ora prima aveva fatto quattro chiacchiere con la vicina del piano di sopra. Il genere di vicina che che c’è in tutti i condomini, quella che abita nel palazzo dal XVI secolo e che conosce la genealogia di chiunque fino dai tempi di Carlo Martello. Lei gli ha data conferma che la signora G era morta un anno fa. Nelle ultime settimane, appena prima che morisse anche lui, la famiglia gli aveva messo un’infermiera in casa. Il signor G chiedeva spesso la foto della moglie. Poi se la metteva sul petto e ci appoggiava le mani, respirando lento, quieto, pacificato, col peso leggerissimo dell’immagine di lei proprio all’altezza del cuore.

Non so se avesse quella foto con se’ nel momento esatto in cui è andato. Ma mi è di straordinario conforto sapere che questa forma di amore esiste. Che possiamo continuare a desiderare di incontrarlo, e pensare di meritarcelo. Che ci sono uomini e donne che hanno vissuto abbastanza da poterlo sperimentare e che non è solo una sviolinata da poeti. Che c’è, e riscalda la terra. Che vive, ed è così forte da avere il potere di restarci accanto perfino nel momento più duro. Perché è stato con noi in questa vita, ed è l’unico che ha il potere di spezzare la catena, tenerci per mano, e accompagnarci nel salto che ci converte in una nuova, più limpida forma di energia. Più di tutto mi piace pensarli insieme, ora, sopra di me, o vicinissimi magari, in una forma diversa che non riconosco.

Ci sono così poche cose, al netto di tutto, per cui vale davvero la pena di vivere. Ma non è che serva poi molto altro per essere felici.

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11 thoughts on “Elegia per i signori G

  1. Lo ricordavo sbiaditamente quel post che gli dedicasti e sono andato a rileggerlo soprattutto per scoprire se la memoria non m’ingannava sui versi di Montale che pensavo di ricordare nitidamente…

    … Ho sceso, standoti in braccio, almeno un milione di scale
    ed ora che non ci sei è così duro ogni gradino
    Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio
    Il mio duro dura tuttora, ma mi occorrono le magiche blù…

    In effetti non ricordavo proprio bene bene. Tornando al tuo post, indubbiamente bello, è molto vero quello che dici chiudendolo: “Ci sono così poche cose, al netto di tutto, per cui vale davvero la pena di vivere. Ma non è che serva poi molto altro per essere felici”, In fondo quei due vecchietti era “bellissimo vederli mentre si allontanano a braccetto lungo la strada e impiegano 20 minuti per arrivare al primo angolo cento metri più avanti”, ed erano felici… poi gli dedicasti un post. Amen.
    … Ci sono così poche cose, al netto di tutto, per cui vale davvero la pena di vivere. Ma non è che serva poi molto altro per essere felici… basterebbe che la gente si facesse i cazzi sua.

    • Non solo quella di Montale, anche quella della Middla. Ma il cencio, [fucsia n.d.r.], od il cattivo gusto, restano quello ho scritto io. Ora doccia riparatrice con tripla mano di chante clair profumazione marsiglia. Basterà?

      • Anch’io ero ridotta un cencio [fucsia n.d.r.]. Notizie riparatrici, qualche minuto a testa sotto e doccia con bagno schiuma dei bimbi – ché per lo chante clair non sono abbastanza matura – basteranno?

    • E nemmeno la commozione di un je_est, come quella di un Dantès, è roba da tutti i giorni. Con questo post mi è andata proprio bene, quindi. Bisogna che me lo ricordi.

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