Vigile come una vergine del deserto (2)

La prima parte delle prove di ammissione in Medicina e Chiururgia era finita così.

Alla fine della riunione quindi ci siamo divisi, e ognuno è andato a prendere posto nell’aula che gli era stata assegnata. Nella mia, in via Gradenigo a Ingegneria, eravamo in 5 per 126 studenti attesi che si sono presentati praticamente tutti. Considerando che solo uno di noi aveva già fatto esperienze di vigilanza, e che la procedura era un tantino più complicata del protocollo di avvio del Large Hedron Collider del Cern, non ce la siamo cavata male. Del resto, come avevo scoperto proprio nel corso della riunione appena conclusa, la prova di accesso a Medicina e Chirurgia è un concorso nazionale che dà luogo a un’unica graduatoria in tutto il paese. A seconda del punteggio che ottieni, per esempio, potresti passare ma non necessariamente nella sede che avevi indicato come prima scelta. Per cui la procedura rispecchia tutta la delicatezza del caso.

Per garantire uniformità di condizioni a tutti i candidati, le istruzioni non vengono fornite a braccio, causando diversità di trattamento tra quanti hanno in aula un vigilante minimamente dotato sotto il profilo dialettico, e quanti invece si devono sorbire una pippa al sugo incapace di spicciare due parole comprensibili in croce. Il vigilante dotato di parola che ha letto il comunicato nella nostra aula per fortuna non ero io, perché la frase di esordio che avrei dovuto leggere se fosse toccato a me, diceva così: Signore e signori buongiorno, sono stato incaricato per fornirvi tutte le istruzioni e blablabala. Che insomma, ci siamo capiti. A me non m’avrebbero estorto a voce alta questa minchiata cacofonica manca strappandomi le unghie dell’alluce. L’avrei corretta pronunciandola a voce alta, e poi, vulnerabile emotivamente come sono, avrei passato i restanti 90 minuti a sentirmi in colpa perché in quell’aula, per colpa mia, gli studenti avrebbero ascoltato qualcosa di leggermente diverso rispetto alla norma codificata. E puoi tu sapere quale infinitesimale variabile causerà l’imprevedibile reazione che non ti aspetti, e che magari farà si che gli esisti del concorso ne siano influenzati? E’ il famoso battito d’ali della farfalla a Gallarate che scatena il tifone a Tokyo. Che insomma, dopo Fukushima, a me non pare il caso di andare a rompere ancora le palle ai giapponesi solo perché il compilatore di comunicati del ministero della Salute in terza elementare c’ha avuto la scarlattina, e non è mai più riuscito a colmare il gap maturato nel corretto uso della preposizione semplice.

Ma procediamo. Nelle istruzioni era chiaramente spiegato che la prima cosa che i ragazzi avrebbero dovuto fare una volta aperto il plico, era controllare che dentro ci fosse tutto quello che ci doveva essere. Perché errori o mancanza potevamo essere emendati solo all’inizio con la sostituzione del plico. Dopodiché, amen. Ma voi i ragazzi li conoscete no? Immaginate l’ansia. Il clima. La tensione. Ce ne fosse uno che, una volta aperta la busta, per prima cosa non si è buttato come un’orca assassina sull’elenco delle domande cominciando a divorarle e reagendo, a seconda dei casi e del livello di competenze, con un progressivo sorriso di trionfo, e con una disperata contrazione della mascella.

E insomma, a prova abbondantemente iniziata da almeno 20 minuti, una tipetta bruna seduta in alto a destra alza la mano e fa: mi mancano delle domande. Forse non c’è un foglio. Caso ha voluto che in quel momento fosse con noi la collega responsabile di tutte le aule del complesso di Ingegneria dove si svolgevano le prove, che erano circa una decina. La quale ha pensato bene di mettere su una faccia da husky siberiano e dire a voce alta: ormai è troppo tardi. Abbiamo detto e ripetuto due volte di controllare all’inizio che fosse tutto a posto. A questo punto non possiamo più sostituire il plico. La sua prova è annullata.

La norma in sè non è sbagliata, e il senso è ovvio. Serve a evitare che eventuali raccomandati che si fanno riconoscere da un complice membro della commissione col trucco del plico incompleto, se ne vedano consegnare uno nuovo che contiene già tutte le risposte corrette. Tuttavia è pur sempre vero che Giustizia ed Equità non sono mai state sovrapponibili, o almeno non perfettamente, e che anche questa, come tutte le norme, in qualche caso stritola qualcuno che agisce in assoluta buona fede. Senza contare che una norma si può far rispettare anche senza passare sopra al tapino col trattore a rimorchio. Magari con un minimo di tatto. Specie se l’essere umano in questione è una ragazzina di 19 anni che si sta giocando il futuro.

Appena la collega le ha sparato col bazooka la sua sentenza di morte, la faccia della ragazzina si è contratta come se qualcuno le avesse datto un pugno da dentro. Occhi, naso, bocca, hanno finito tutti per convergere al centro della faccia in una specie di spasmo che non avevo mai visto. Perché probabilmente quando ha segnalato la cosa credeva che fosse solo un inconveniente fastidioso che nella peggiore delle ipotesi le avrebbe fatto perdere del tempo. Non aveva nemmeno considerato l’ipotesi che fosse una condanna senza appello. E la notizia le ha risucchiato tutta l’energia vitale. Il momento dopo si è presa la faccia tra le mani e ha cominciato a piangere silenziosamente come una fontana. Come una bambina. Come qualcuno che ha perduto tutto, in una volta sola, e per colpa sua.

A me, si sa, gli accenti materni non escono con particolare frequenza. Ma per restare indifferenti in un caso come questo avrei dovuto frequentare la stessa scuola del Kgb dove ha studiato Putin, il che non è successo. Perché questi sono i classici casi in  cui ci sono 99 possibilità su 100 che tu non possa fare niente di utile, e tuttavia sai che devi tentare. Se non altro per farle sentire che ci abbiamo provato. Specie dopo che la collega siberiana aveva efficamente rappresentato per noi il ruolo della Strega Bianca di Narnia.

Sono salita fino al banco della studentessa insieme a un altro collega che sospetto la pensasse come me. Abbiamo preso in mano il plico, passandoci i fogli uno per uno. Abbiamo guardato e riguardato e a noi sembrava che non mancasse niente. Ma non abbiamo voluto alimentare false speranze. Le ho chiesto: mi dica esattamente cos’è che manca, a me pare ci sia tutto. E lei singhiozzando: non so, ho visto che salta dalla domanda 6 alle 12, come se non ci fossero delle domande! Riprendiamo in mano i fogli. Li giriamo. Creatura! Oh creatura! Io e il collega ci guardiamo emozionati, più felici per lei che per noi, perché intuiamo la verità. L’emozione, accidenti. Dio che cazzate che ci fa fare! Le domande sono stampate fronte/retro. Ma l’ansia da prestazione le aveva impedito di girare il foglio. Non se ne era accorta. Tutto qui. Non le mancava niente. Glielo diciamo in sincrono, il collega ed io, felici e orgogliosi, e in quel momento siamo amorevoli come se fossimo il concentrato di tutti i suoi parenti fino alla settima generazione. Barbamamma e Barbapapà accorsi al suo capezzale. Lei ci guarda stupefatta. C’è un 10% di imbarazzo per la colossale figura di merda. E un 90% di sollievo, di una tale incontenibile gioia, un afflusso di sangue dal cuore che le pompa un sorriso talmente illuminato sulla faccia, che in quel preciso momento noi 3 siamo certamente le persone più felici di tutto il plesso didattico, della strada, del quartiere, della città, e probabilmente della pianura padana.

La lasciamo al suo compito dopo la brutta avventura e ce ne torniamo al nostro posto soddisfatti come un gatto di fronte a una ciotola di latte condensato. Torquemada, la collega dalle simpatiche fattezze inquisitoriali, lascia l’aula e tutto ritorna alla normalità. La prova finisce liscia come l’olio alle 12 e 30. I ragazzi defluiscono fuori finalmente rilassati. Noi ritiriamo, contiamo, sigilliamo, impacchettiamo, consegnamo, e all’una e trenta di una splendida giornata di sole ci salutiamo all’ingresso della facoltà per tornare ognuno alla propria sede di lavoro. Penso che ci sono giorni che valgono di più, e giorni che valgono di meno. La giornata di oggi è servita a qualcosa e forse a qualcuno. A me, per esempio. A me di sicuro.

purehappiness

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4 thoughts on “Vigile come una vergine del deserto (2)

  1. Pingback: Vigile come una vergine del deserto (1) | Middlemarch reloaded

  2. Non avete pensato che poteva trattarsi di semplice selezione naturale?
    Dico, non risolvere una situazione del genere, visto il percorso di studi e soprattutto la professione che ne dovrebbe derivare, la dice già lunga.
    Secondo me, eh.

    • A 19 anni dici che è ragionevole pretendere la freddezza del neurochirurgo che opera in zona di guerra? Può essere che tu abbia ragione. Io penso che il tempo per farsi lo avrà, e non mi dispiace che abbia avuto un’altra opportunità.

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