Per colpa di Guy

Io dico spesso che amo i classici, vero?

Si capisce quindi che, per derivazione, vedo sempre tanto volentieri qualsiasi film che abbia l’ambizione di portare sullo schermo quel genere di suggestione. Mio marito, che vomita al piatto se solo gliene parlo perché è più il tipo da Jackie Chan corretto Fast & Furious – per cui immaginatevi con che passione si accosta a un certo tipo di cinematografia – quel genere di film lì lo chiama scotolone. Che, devo ammettere, è una definizione che calza a pennello.

Per scotolone si intende, per comnciare, un film dove imperversano pizzi e trine, anche se il diktat modaiolo non deve essere necessariamente di questo tenore. Quel che conta è che il testo sia tratto appunto da un classico, e che l’ambientazione sia palesemente figlia di un’epoca comunque tramontata. A stretto rigore pure il Grande Gatsby può essere uno scotolone. Infatti col cazzo che mi ha portato a vederlo, per cui mi toccherà recuperarlo di straforo se voglio colmare la lacuna. Anche se poi lo scotolone per eccellenza rimane sempre la pellicola tratta da un qualsiasi grande romanzo scritto in un periodo compreso tra la reggenza e il 1890, e ambientato nel quadrivio dorato del romanzo europeo & nordamericano che è quello compreso fra Russia, America, Francia e Inghilterra. La Germania, un po’ tirata, ce la possiamo far rientrare perché sennò restano fuori certe robine leggere tipo I Buddenbrook, che comunque meritano. Però a voler fare i puntigliosi non è proprio ortodossia scotolona pura. Il verbo scotolone incontaminato invece è quello rappresentato da un qualsiasi adattamento ben fatto di Jane Austen. Sense and Sensibility, quello di Ang Lee con Emma Thomson che sul set incontrò anche il suo futuro marito, l’avro visto, non lo so, tipo cinquecentomilioni di volte. Perché è una purissima trasposizione dello spirito della Austen. Ma anche perché se vuoi capire il senso dell’espressione rigidità inglese, allora devi osservare attentamente l’incredibile efficacia con cui Hugh Grant recita la salama da sugo merluzzata, inanellando congiuntivi e condizionali con la scioltezza linguistica e soprattutto corporea di una motoslitta che balla il tango. Dico sul serio. Se vuoi comprendere lo spirito britannico, non ti puoi esimere. Capisci il perché della rigidità. O anche, per esempio, perché debbano sbronzarsi come maiali per perdere un minimo di quell’Annapurna di inbizione culturale che portano scolpito nel dna.

Vabbè, come al solito mi sono fatta prendere la mano perché ieri sera mio marito è andato a letto presto e io ho approfittato per vedere un’altra robina scotolona recente che mi ero persa un paio di anni fa. Maupassant non è il mio scrittore preferito. E neanche il romanzo in oggetto è mai stato particolarmente accattivante per me, sebbene lo ricordi come un’opera di cesello estremamente brillante. Tuttavia, che piaccia o meno il romanzo, che si apprezzi o meno la trasposizione, che peraltro ho trovato poco efficace – un compitino estremamente calligrafico ma priva di qualsiasi impeto – sarete d’accordo con me che in nessun caso, a nessun produttore al mondo, potrebbe mai venire in mente di far interpretare George Duroy a una faccia così, vero?

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Assolutamente. Neppure per un secondo una persona sensata potrebbe riuscire a immaginare che una faccia un po’ meno espressiva di un purè di patate, con impatto drammatico inadeguato perfino per quelle cagatine di vampiri da bimbominkia, possa interpretare un eroe del romanzo borghese ottocentesco. Per cui figurati se ci cascano quelle volpi smaliziate dei produttori hollywoodiani che ne sanno una più del diavolo! Uno che l’unica volta che sei davvero contenta di vedere in video è in Harry Potter e il Calice di Fuoco, perché comunque ha una piccola parte, ma soprattutto perché alla fine del film Voldemort se lo magna a spezzatino, ricostituendo così un sensato equilibrio nell’ordine estetico del mondo.

Per cui ecco, conclusa la filiera del ragionamento che ho fatto con voi, mi metto tranquilla e me ne faccio una ragione. Non era certamente lui a interpretare Bel Ami. Figuriamoci. Una vaga somiglianza, niente di più.

Giusto?

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