Lost chance

Niente. E’ che non mi sento particolarmente stimolata da nulla. A parte il fatto che dopo un periodo di relativa quiete al lavoro, in queste ultime settimane le cose hanno ricominciato a girare come forsennate, mentre la giornata continua stolidamente a costituirsi di sole 24 ore, mannaggialamorte.

Mi ero goduta un paio di mesi di relativa tranquillità lavorativa, che si sommavano a sei mesi di nullafacenza accademica perché a dicembre dell’anno scorso mi sono laureata, per cui anche sul piano degli studi non avevo più molto da aggiungere. Oddio, mica vero. Dovrei fare la laurea di secondo livello, che adesso le lauree, si sa, vanno in sommatoria. Mi ero perfino laureata entro la scadenza giusta per iscrivermi direttamente al primo anno della magistrale senza saltare nemmeno un semestre. Ma quando ho valutato seriamente la prospettiva mi è preso un tale scoramento che ho deciso di concerdermi un periodo di riposo.

Perché forse a 46 anni è arrivato il momento di smettere di studiare. O perché accumulare titoli non è esattamente una prospettiva esistenziale di grande maturità. O perché non è da escludere nemmeno che insistere a porsi un limite di apprendimento che sta sempre 5 centimetri più avanti del punto in cui ci troviamo, è anche un bel modo per rimandare continuamente la nostra realizzazione. Una bella scusa, tutto sommato. E infine perché in fondo magari basta. Basta perché basta. E perché godersi la vita non è poi così male.

Rimane quella sensazione strana che per una come me equivale esattamente alla percezione psicofisica delle mani in mano. Mi pare che manchi qualcosa quando non posso calcoare il tot di tempo che mi separa dal prossimo esame. Come un vuoto esistenziale che sono abituata a riempire con le scadenze di una schedule che non è mai la mia ma sempre quella di qualche istituzione a cui ho delegato la mia realizzazione.

Infatti, per non sapere nè leggere nè scrivere, mi sono iscritta a un corso singolo, che, ammesso che mi decida a fare la magistrale, potrò farmi riconoscere. Così almeno non spreco i soldi e il tempo che mi costa. Ufficialmente mi serve per lavoro – ché del resto mai avrei fatto un esame di Psicodiagnostica se non mi servisse per altre ragioni – ma in pratica per me è l’equivalente del metadone. Mi disintossico lentamente. E finito questo, se Dio vuole posso stare tranquilla per un po’.

Che poi la cosa buffa è questa: ma perché ho cominciato? Venticinque anni fa, dico. Non è che ne sia proprio sicura-sicura, ma in estrema sintesi credo sia stato perché da adolescente facevo cagare e i ragazzini mi schizzavano. Sono proprio il classico caso di secchiona derivata per introversione estetica col turbo della deriva leopardiana. E poi tutta una serie di circuiti a feedback di rinforzo positivo hanno finito per convincermi che questa era una strada che potevo percorrere con buoni risultati.

In ultima analisi quindi, vedi com’è buffa la vita? Metti che vent’anni fa qualcuno mi faceva un complimento per sbaglio ma nel modo giusto e al momento giusto. Metti che io per qualche strana ragione mi convincevo di poterci credere. Oggi magari potevo essere un’oca decerebrata e a questo punto anche verosimilmente devastata dalla chirurgia plastica.

Capito cari? Foste stati un po’ meno ristretti di vedute, aveste fatto un coccola carina, un complimento esplicito alla Middle intorno alla metà degli anni ’80, e a quest’ora potevo essere la vostra Santanché. E ora ditemi voi se nel cambio non ci avete perso, e di parecchio.

the lost chances

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9 thoughts on “Lost chance

  1. Dio che orrore.
    Al pensiero di una santanchè in più. Quando ce n’è già una di troppo, poi.
    Pensa che io sono rimasta un’oca decerebrata – che non ha fatto ancora ricorso alla chirurgia plastica, ma mai dire mai – nonostante il complimento giusto, al momento giusto, sia mancato anche a me.

    • La mia immagine di oca decerebrata è distantissima da te, donnino fatale, per cui fidati del mio giudizio e prendi le distanze anche tu, fallo per me. Sulla chirurgia plastica ci consultiamo in separata sede, magarti di fronte a un prosecchino, e valutiamo ponderatamente i reciproci margini di miglioramento che la tecnica mette a nostra disposizione. Al secondo prosecchino sono quasi certa che la necessità di farsi tagliuzzare ci sembrerà meno impellente. Dopo il quinto rimorchieremo con facilità chiunque passi nel raggio di cinque o sei chilometri, e arrivate alla soglia del decimo, se ci regge la pompa, saremo finalmente consapevoli che non potremo mai essere più belle di così.

  2. io sarei caduto ai tuoi piedi allora tanto quanto adesso. e ho la presunzione di pensare che l’ammirazione avrebbe colmato più del silicone.
    Quindi, per quanto mi riguarda, fossi capitato io saresti rimasta la gnocca con una capoccia così che sei.
    Magari, ma qui si sconfina nella fantascienza, la frequentazione avrebbe giovato più a me.

    • Non credo proprio che saresti caduto ai miei piedi, penso anzi che non mi avresti neppure riconosciuto perché la prigione in cui mi trovavo non era solo di natura estetica. Ma grazie per averlo detto, perché è comunque una cosa bella da sentire, specie in questi giorni. Ciao Viperuzzolo.

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