Suspicious mind

Non so se siete al corrente dell’episodio storico che ha dato origine al detto neanche un sospetto deve gravare sulla moglie di Cesare. In caso negativo, c’è qui la vostra Middle che tra le altre cose è una vera autorità in tema di gossip sullo sfondo del foro romano, nei cento anni compresi tra la metà del primo secolo avanti, e la metà del primo secolo dopo Cristo. Se volete sapere chi trombava con chi e quali letti foresti andavano per la maggiore all’alba del primo millennio, non avete che da chiedere. Pensate a me come alla redazione archeologica di Novella 2000, e siete a posto.

Dunque le cose andarono così. Come forse saprete, Giulio Cesare venne nominato pontifex maximus giovanissimo, a 16 anni di età circa, da Mario. Il pontifex era la massima autorità religiosa dello stato romano, e ricoprire la carica, che era vitalizia, rappresentava prima di ogni altra cosa un bello sfrantecamento di maroni, perché in via del tutto teorica implicava anche il rispetto di una serie di norme di morigeratezza – dal vitto all’abbigliamento, per non parlare dei costumi sessuali – che si adattavano a Cesare quanto a un essere mitologico con la panza di Ferrara, l’outfit di Giannino e l’uccello di Berlusconi. Cesare e quella carica lì erano lievemente antitetici. Ma insomma le cose andarono così, perché così decise Mario in un’epoca in cui lui era legge, e Cesare se la mise in tasca scegliendo molto opportunamente di sbattersene alla grandissima e fare comunque il cazzo che gli pareva, pontificato o no. Per cui, fatte salve quelle due o tre occasioni all’anno in cui presenziava a pubbliche cerimonie, altro non faceva. Una cosa si, però, perché si vede che gli tornava comoda benché si fosse in un’età precedente all’imposizione dell’IMU. Risiedeva nella dimora pubblica del pontifex, che era sulla Via Sacra nel foro – sta lì anche adesso per la verità, almeno quel che ne rimane –  ai piedi della Velia, di fronte al tempio di Vesta visto che il ruolo del pontifex era anche quello di custode delle Vestali.

Una volta l’anno si celebrava a Roma la festa della Bona Dea, una divinità sacra e antichissima di molto precedente alle divinità olimpiche, che aveva la caratteristica di avere un culto esclusivamente femminile. La cerimonia era notturna e suggestiva. Suonava arcaica perfino per quei tempi. Dal tramonto all’alba tutte le donne di Roma, patrizie e plebee, si univano cantando e attingendo dal fuoco sacro e benedetto la fiamma che poi avrebbero riportato nel proprio focolare. Nessun uomo poteva partecipare ai festeggiamenti, per nessunissima ragione, a pena di grave sacrilegio. Nemmeno il pontifex poteva esserci. Per cui la notte prevista per il rito, lui e tutta la servitù insieme con il parentado di sesso maschile, dovevano togliersi dalle balle e chiedere ospitalità per la notte a qualcuno su un divano-letto tipo Hagalund, perché a casa non potevano stare. Una situazione di vero disagio, specie si considerate che all’epoca nemmeno uno dei due centri Ikea di Roma era stato ancora edificato. La cerimonia era tradizionalmente presenziata dalla moglie del pontifex, che aveva il sesso giusto per assumerne il comando.

Insomma nella notte fra il 4 e il 5 dicembre del 61 a.C. in occasione della festa, Cesare lasciò la casa con tutto il servitorame e le donne rimasero sole. C’era a quei tempi in città un giovanotto che tutte conoscevano. Si chiamava Clodio, era di famiglia nobilissima, e siccome era sveglio ma anche incommensurabilmente cazzone e aveva un forte gusto per la provocazione, decise che voleva a tutti i costi sapere che cacchio succedeva durante questi festeggiamenti a cui gli era proibitissimo partecipare. Proprio non ci voleva stare all’idea di essere escluso dal gioco. Era un tipo sobrio, fate conto sul genere Lapo Elkann senza la 500 pied-de-poul. Forse un po’ più intelligente. Cosa che comunque non gli impedì qualche anno dopo di farsi ammazzare per strada in tafferugli di piazza. E perché non crediate che mentivo quando me la tiravo con le mie competenze sul gossip archeologico, aggiungerò che era anche fratello della Clodia di Catullo. Clodia/Lesbia, dico. Avete presente, no? Dami basia mille deinde altera centum. Quella bella gnoccolona che gliela diede una volta o due e poi lo scaricò come facevano sempre tutti con tutti a Roma a quei tempi e a quei livelli della scala sociale. Ma siccome il ragazzo veniva dalla pianura padana, all’epoca abitata evidentemente solo da solide mungitrici di mucche cimbre e e celtiche che non te la davano con facilità – da cui suppongo la sua iniziale gratitudine per Clodia – ma che se te la davano poi pretendevano che te la tenessi per tutta la vita, lui ci rimase male, perché forse non era abituato, e ci pianse su amare lacrime per anni e annorum, e noi con lui per i successivi 20 secoli, che non sono mica pochi se ci pensate.

Ma torniamo a noi. Insomma Clodio si travestì da donna e si infilò alla festa. Per dovere di cronaca dovrei aggiungere che secondo la pubblica fama era anche l’amante della moglie di Cesare, all’epoca la seconda, che si chiamava Pompea Silla, e che quindi forse, già che si trovava lì, non gli dispiaceva troppo l’idea di prendersi un passaggio al volo. Però insomma non stiamo a sottilizzare, perché sottilizzare a Roma su certe cose a quell’epoca sarebbe davvero anacronistico. Saltare da un letto all’altro era un’attività talmente diffusa da rasentare lo sport acrobatico. Come avevo premesso, Cesare per primo era campione assoluto in tutte le categorie: donne, uomini e animali da cortile. Credo che lo facessero anche scambiandosi di letto direttamente dalle finestre, tipo un-due-tre-pronti-eeeee-cambio, per cui. Fatto sta comunque che una volta intrufolatosi in casa, in cinque minuti malgrado il verosimile casino che doveva esserci, venne riconosciuto e scoperto, tra l’altro proprio dalla suocera di Pompea, cioé la madre di Cesare. Perché il giorno che t’alzi col piede sbagliato, le sfighe ti piovono addosso in regolare sequenza, e non te lo devi dimenticare.

Il giorno dopo a Roma non si parlava d’altro. Scandalo, abominio e dannazione. Mai s’era sentito un uomo intrufolato alla festa della Bona Dea. Cesare venne immediatamente informato dei fatti e il tempo di alzare il telefono e chiamare il suo avvocato, aveva già consegnato tutta la documentazione per il divorzio. A quelli che cercarono di farlo riflettere sul fatto che, sebbene non fosse gradevole l’idea di un uomo nella sua casa in una notte in cui lui era assente, tuttavia era prematuro inferire che Pompea dovesse essere al corrente della decisione di Clodio, Cesare rispose con la fatidica sentenza: nemmeno un sospetto deve gravare sulla moglie di Cesare.

A conferma della posizione di principio, non testimoniò contro di lei al processo e riaffermò sempre anche in seguito la convinzione che Pompea fosse innocente. Non era perché a titolo personale non le credeva, era perché nemmeno un sospetto doveva gravare su sua moglie, appunto. Non solo non doveva averne lui, che non ne aveva. Ma non dovevano averne nemmeno gli altri.

Ho ripensato a questa storia riflettendo sulle implicazione di quest’ennesimo scandalo che è perfino ridicolo nella sua sguaiataggine. Quello della Cancellieri, dico. Che alla fine non ti smuove nemmeno più. Non perché non sia grave. Ma perché a questo punto sull’indignazione siamo un po’ tutti in riserva, nel senso che siccome non sai mai quanto ancora scaveremo verso il basso, qualcosa te la tieni dentro perché già sai che ti servirà, e ti servirà prestissimo.

Pensavo infine che questa sentenza, che ho sentito evocare da qualcuno in appendice alla vicenda, non è stata motivazione sufficiente per spingere verso le dimissioni di nessuno. La Cancellieri non le ha offerte, ma è anche vero che nessuno, a parte sparuti gruppuscoli dell’opposizione, gliele ha seriamente richieste. Possiamo insomma affermare con serenità che ormai i sospetti sulla moglie di Cesare o sull’amica di famiglia di Ligresti non costituiscono più un problema per nessuno. Ed è consolatorio sapere che dall’età protoimperiale ad oggi abbiamo fatto tanti bei progressi.

foro2

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5 thoughts on “Suspicious mind

  1. Che donna. Io mi sto rileggendo, per la sesta volta negli ultimi 6 mesi, “Gli uomini che fecero grande Roma Antica” di Antonelli e ancora non riesco non solo a mettere in fila i 7 re di Roma o i 7 Colli, ma manco a ricordamme i nomi…

    …Che tristezza…

    • Sul memorizzare i 7 colli ho dovuto lavorare perché quando facevo la guida non potevo non saperli. Allora, senti a me: ce ne sono 2 che finiscono in -ale (Quirinale, Viminale), 3 che finiscono in -ino (Aventino, Palatino, Esquilino) e per gli ultimi due pensavo a Michelangelo che faceva il militare (Campidoglio e Celio). Per collegare il Celio al militare biosgna esere romani e avere più di 40 anni, visto che ormai il milatere non esiste più e per conseguenza al Celio non va nessuno. Ma mi pare che noi assolviamo entrambe le caratteristiche,no, Viperuzz?

      • 9° ’87, tu in che scaglione eri? ;o)))
        Scherzi a parte, temo di avere una qualche sostanza che impedisce alla memoria di memorizzare. Ci sono cose che non dimentico manco mentre dormo, ma sono giusto due o tre. Il resto scivola via come gocce d’acqua sulle piume di un’anatra (per esempio per ricordare l’autore del libro che sto rileggendo tutt’ora ho dovuto guglare. Non so se mi spiego…).

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