Sipari

Ci siamo arrivati in modo inconsueto. Ma è anche vero che il nostro primo incontro ha avuto a che fare con luoghi e tempi che non tutti hanno la fortuna di sperimentare nella vita. Strade un po’ più tortuose della norma, con una leggera ma percettibile inclinazione verso l’alto. Percorsi lungo i quali ti imbatti in qualche sparuta concentrazione d’anime messe insieme dal bisogno di credere che la vita sia qualcosa di diverso da quel che passa in tivvù, e dalla determinazione, costi quel che costi, a rintracciare almeno l’ombra di un Significato, perché trascinare l’esistenza impilando i giorni uno sull’altro come federe nell’armadio, è proprio una cosa che non riescono a mandare giù.

Quando incontri qualcuno in posti così, per certi aspetti conoscersi è più facile, e implica anche un accesso meno disagevole alla prospettiva interiore dell’altro. Non è come stare in società, dove il mondo delle forme impone  l’obbligo a un ridottissimo scambio di interazioni, tutte catalogabili con le stesse quattro tag, perché se provi a guadagnarti qualcosa di più sulla via dell’intimità, non è raro t’accusino di essere uno scostumato. In quelle circostanze invece le cose sono più facili. E al tempo stesso più difficili. Non ci si nasconde con la stessa noncuranza. Occultarsi non è una professione di fede obbligatoria, coincidente col buon gusto e l’educazione. Questo però implica anche l’obbligo di sostenere la propria immagine allo specchio senza tutto il contributo di dissimulazione che siamo abituati a rappresentare in pubblico. E anche in quegli ambienti c’è chi prova senza riuscirci, fingendo aperture di cuore che non potrebbe mai tollerare se non fossero solo buone intenzioni, e un richiamo all’amore senza giudizio che sta alla vera poesia come i baci Perugina a Saffo. Anche quando sei animato dalle migliori intenzioni, basta ritrovarseli vicino perché ti contagi la loro vibrazione, e perché anche tu smetta di provare a dire la verità su chi sei, a beneficio di qualche storiella più o meno articolata il cui unico scopo è farti fare una bella figura. Mi piacerebbe pensare che sono posti che mi hanno salvato, o dove sono sempre stata solo la migliore versione possibile di me. Ma non è così.

Per cui quando siamo arrivati a guardarci negli occhi sapendo di condividere al tempo stesso tutto e quasi niente, il disallineamento tra potenza e atto si è fatto ipnotico e profondo. Chissà se porterà da qualche parte questa strada, mi sono detta. Chissà se è la via giusta perché due persone si vedano e sappiamo parlare senza che le paralizzi l’abitudine, oppure il terrore di esibire una vulnerabilità di cuore che facciamo carte false per proteggere dalla macina del mondo, e che spesso nascondiamo per prudenza perfino alle persone per cui saremmo disposti a versare sangue.

E’ durata un attimo l’oscillazione fra onda e particella, e poi la vita è precitata nella realtà di quel che poteva accadere nel migliore dei mondi possibili. Lo so perché non c’era segno di fatica o di stanchezza. E perché la conversazione non ha stentato a mantenere l’equilibrio fra la superficie del cibo e la voragine dell’anima. In certi colloqui, e sono la maggioranza, la profondità non si sfiora mai. In quelli in cui capita, a volte non riesci comunque a evitare che sia un buco nero che si apre all’improvviso e che inghiotte tutto ciò che ha intorno determinando la fine di ogni possibile forma di comunicazione. Quando invece sei sotto la protezione del dio di tutto ciò che è, non hai nessuna difficoltà a affondare nel cuore della materia vivente e poi riemergere per versarti un bicchere di vino, buttarti ancora a capofitto a toccare la carne viva e poi tornare a galla  per ringraziare il cameriere che ti appoggia il piatto in tavola. L’equilibrio non va ricercato bilanciando gli estremi, perché è qualcosa che appartiene alla natura del momento a cui ti affidi.

Come tutte le cose che contano, può essere solo il privilegio di una relazione perfetta nel momento in cui si manifesta. Perché il tutto è superiore alla somma delle parti. E’ bella da ascoltare, la Verità. Ma più bello di tutti è essere. Essere. Essere totali nell’istante che abbiamo a disposizione perché non sprechiamo energia per alterare il naturale corso delle cose. Che incredibile, inaudito privilegio.

Sarebbe andata così comunque, ne sono sicura. Certo è che quello spaziale tiramisù ha davvero contribuito moltissimo alla mia estatica condizione interiore. Peccato averlo mangiato da sola.

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3 thoughts on “Sipari

  1. Io una volta ho mangiato una bavarese che era davvero stata fatta da un essere superiore e divino (la bavarese non è facile, è un dolce molto complicato e tecnico da realizzare). Quella volta fu un estasi di sapori incredibili: una bavarese alla trevigiana. Nel senso che era fatta col radicchio trevigiano, capite? Sublime.

    Beh per quanto fosse spaziale, sovrumana e in qualche modo miracolosa, tutto quello che pensai fu : “ammazza che bbona aoh!”

  2. Mi era sembrato di aver capito tutto fuorché l’immagine. Poi ho riletto, ho continuato a non capire l’immagine e mi é sorto il sospetto di non aver capito un tubo e/o di aver frainteso, causa lettura dall’angolatura sbagliata. Mi rimane questo fastidio solo amorevole del non poterci teletrasportarci per parlarci, in momenti come questi, tra un surf su una pastarella e un affondamento negli abissi.

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