It’s a long way to Samaria

Dopo una notte di riflessioni sono giunta alla conclusione che segue: ho 46 anni anni e non sono più disposta a tollerare da parte delle persone che amo un atteggiamento che non contempli la piena assunzione di responsabilità dei miei stati interiori e delle mie inquietudini. Perché è la stessa cosa che mi sforzo di offrire io, e dunque mi pare logico, conseguenziale, e vivaddio anche un mio fottutissimo diritto, pretendere un’analoga cura.

Quando cominci a scivolare sul brecciolino delle difficoltà altrui, quando fai finta di non sentire gli schizzi di acqua ghiacciata solo perché in fondo non ti uccideranno, e ti abitui alle piccole, insidiose delusioni con la scusa che in fondo la vita è fatta anche di qualche scivolone, dentro di te comincia a sedimentare la rabbia. Sei tu che odi te stesso, perché permetti a un altro di farti del male e invece di difenderti – difendere quel che di più caro hai al mondo – ti fai connivente di tante piccole cialtronerie che in fondo sarebbe bastato davvero poco ad evitare.

E poi arriva il giorno in cui l’accusa più superficiale, la più innocua fra quelle che hai ricevuto, abbatte l’ultimo metro della galleria sotterranea dietro alla quale avevi tentato di seppellire la delusione, e la furia schizza in superficie come la lava di un vulcano. E’ l’esatto momento in cui ti prendono per pazza, e hanno ragione. Perché non c’è nessun nesso ragionevole tra la modesta picconata ricevuta e la misura soverchiante del tuo incazzo, soprattutto per chi punta la lente di ingrandimento sul minuscolo fatto compiuto, piuttosto che alzare lo sguardo e includere nella valutazione del caso tutto il cammino percorso per arrivare fin lì. Le vedi le impronte sul terreno? Sono quattro. Due coppie di piedi. Vuol dire che siamo arrivati in due, ed è un po’ autoassolutoria l’accusa che mi rivolgi d’avere fatto solo del modesto teatro di provincia.

La venerazione ce l’ho nel sangue. Quando scelgo amici, confidenti, amanti o compagni di strada, è perché qualcuno mi ha fatto innamorare di sè. Non sono mai parca nell’entusiamo, mai controllata nel puntare il dito su quello che amo, perché non ne capisco il senso. I profeti delle passioni contenute – specie quelli che esercitano la professione a scopo cautelativo – mi hanno sempre fatto pietà. Non ho paura di andare, all’occorrenza di cadere, e se è il caso anche di sbattere la faccia e riempirmi il muso di terra. Perfino quando scelgo di proteggermi non è mai senza chiedere scuse preventive per un’assenza che so che potrebbe ferire. Ma di sicuro non sono fatta per le metafisiche a senso unico.

Alzo gli occhi e vedo il cielo scuro, freddo e pieno di luce. Allungo una mano, ed è una meraviglia quando trovo qualcuno che stringe la mia per condividere quello che c’è. Ma se lo scopo per cui mi afferri è farti trascinare, se vuoi approfittare dell’incandescenza della notte per nasconderti invece che dichiarare chi sei, rivolgiti a un’altra compagna di viaggio. Avrò rispetto per le tue cadute, e le venererò come la meraviglia che ti rende umano. Ma pretendo che tu sappia inchinarti a soccorrere me nel momento in cui ne ho bisogno. Di più, pretendo che tu sappia intuire perfino le cadute invisibili, quelle che non si dichiarano ma si decifrano tra le righe di una piccola vertigine.

Perché se l’unico vantaggio che ottengo raddoppiando il peso della soma, è il privilegio di vegliare da lontano sui confini non negoziabili della tua solitudine, ti suggerisco di ridimensionarti. Del tuo valore ho sempre detto, altrimenti non saremmo qui a parlarne. Ma se il premio è questo, non ne vale davvero la pena.

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5 thoughts on “It’s a long way to Samaria

  1. Al quarantunesimo già iniziato, cercando di avvolgere il nastro in altri modi, sono arrivata all’ipotesi zero.1 che fa così: se mi pozzanghero in riflessioni di quel tipo (che fatte in maniera meno chiara e meno femmina sono perfettamente sovrapponibili alle tue) c’è un problema a monte o “al centro dell’altopiano a O” e lì, ad entrarci, il dialogo è una roba molto intima, tra sé e sé, senza orecchie di paglia né cuore di stagno, né lenti appannate né burattino. Poi qualcosa cambia per forza e con meno rabbia e meno tristezza. Ipotesi.

  2. Difficile non condividere questo post perché è talmente ad ampio spettro che è facile ritrovarcisi dentro. Sarà il “soprattutto tu” a collocare e distribuire i soggetti nella celletta di appartenenza.

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