Amabili resti

Il mio primo blog – non era esattamente il primo in effetti, era il secondo, ma nel mio cuore lo qualifico come il vero esordio da blogger perché fu il primo in cui usai il nome Middlemarch – comparve nel web una sera in cui ero sola in casa e passavo il tempo osservando di sottecchi, con il minor grado di partecipazione possibile, una minchiatina di film italiano indigeribile che parlava di matrimoni, con tutta quella vagonata di cliché che questo genere di atto formale si porta sempre dietro all’interno della cultura occidentale. Ricordo ancora distintamente il senso di orrore che mi spinse a scrivere il primo post (e attenzioni, cari, che qui siamo al purissimo vintage digitale) e che si sostanziava essenzialmente intorno a questa domanda: ma che davvero stiamo ancora qua?

Be’, è con lo stesso carico di meraviglia che in questi ultimi tempi sono diventata schiava della programmazione matrimoniabile dellla pay tivvù, che com’è noto occupa circa il 30% dei palinsesti, insieme alla cucina per ipodotati e ai disturbi dell’alimentazione o del comportamento tipo ‘accumulatori seriali’. La scelta è articolatissima: c’è lo show che ruota intorno alla scelta dell’abito, quello che si occupa del vestito delle damigelle, quello in cui la suocera e la madre della nubenda decidono cosa le sta meglio addosso, e, ultimo in ordine di tempo ma già vicinissimo al mio cuore, quello in cui quattro spose si sfidano a colpi di matrimonio. Ognuna presenzia a quello delle altre, dà un voto all’abito, al cibo e alla location, e quella che vince si fa una vacanza in qualche paradiso esotico trucidone, il genere di posto che puoi spacciare per esclusivo solo se lo rifili a gente il cui livello scolastico si allinea all’incirca a quello di Briatore, o comunque molto al di sotto di quello di una qualsiasi popolazione media subsahariana.

La mia perplessità rimane la stessa di allora, solo che con la vecchiaia mi sono fatta più acida, e quindi in qualche modo la cosa mi angustia di più. Perché continuo a trovare inconcepibile che una donna avverta la necessità di pompare bulimicamente l’immagine di sé in quell’unico giorno. Lasciamo anche perdere il buon gusto o il senso dell’eleganza, che sono palesemente costrutti del tutto estranei a un contesto di quel genere, ma è possibile che una donna non avverta imbarazzi a coltivare da adulta l’immaginario di una bambina di sette anni?

Non a caso il setting che mi angoscia di più non è quello delle versioni americane dello show, perché il macrodimensionamento delle ambizioni è un elemento consustanziale alla cultura americana. Per l’americano medio, almeno da quel che sembra visto da questo lato dell’oceano (ok, lo so, è Mediterraneo, ma subito dopo lo stretto di Gibilterra diventa Atlantico, quindi non stiamo a spaccare il capello in quattro), la versione king size di qualsiasi fenomeno, empirico o astratto, è un valore in sé, e la variante fenomeno da baraccone ce l’hanno nel sangue. Anche perché va da sé che i concorrenti non vengono selezionati tra il 2% che ha una tenuta negli Hamptons e un PhD ad Harvard. Vengono scelte persone di livello medio con aspirazioni conformi alla cultura a cui appartengono. Per cui vedere due sposi newyorkesi di origini russe che si presentano nella sala del ricevimento facendosi calare dall’alto dentro due enormi riproduzioni di uova Fabergé, ti stupisce fino a un certo punto. Capisci che per loro è un gesto distensivo, un modo appena sopra le righe di accogliere gli ospiti, una cosina che sta solo un gradino sopra l’aprire la porta in vestaglia e pantofole scusandosi per il disordine nel salotto. Che ce voi fa’, porelli. Loro so’ fatti così.

Ma nella variante italiana, in teoria, gli eccessi dovrebbero essere più contenuti. Un po’ per il diverso orientamento culturale. E un po’ perché mi scelgo apposta gli show più paludati. Non sono affatto attratta dall’orrore hyperkitsch, al contrario. Non mi piacciono quelli che ruotano intorno alla variante del mio Grosso Grasso Matrimonio Greco. A me sconvolgono invece le spose che, sulla carta, dovrebbero rientrare nei percentili meno agghiaccianti della norma. Donne che, all’apparenza, un matrimonio gipsy non lo farebbero mai, e che al contrario hanno una ben precisa idea di eleganza raffinata.  Invece è in bocca a spose così che ho sentito dire delle frasi del tipo: ho trovato il mio principe azzurro. Oppure: ho sempre voluto un matrimonio da fiaba. Ma cos’è? Ma chi ti scrive i dialoghi? Solo questo per me rappresenta il pozzo senza fondo della volgarità più inaudita. Perché tutti i luoghi comuni e le frasi fatte mi indispettiscono, ma quelli relativi alla cultura matrimoniale li trovo i più perniciosi di tutti.

E sono sempre spose così quelle che godono all’idea di avere tutti gli occhi addosso mentre attraversano solennemente una navata indossando trionfi d’organza strascicanti, fedeli a un dress code fuori moda già ai tempi della Bohème, e che oltretutto evoca un modello di femmina docile, mansueta, e completamente asessuata. Che sarebbe senz’altro piaciuto a Innocenzo II nel XII secolo, ma che oggi francamente risulta un filino desueto.

Qual è il gusto dell’impupazzamento pastellato a meringa su sfondo di guglie e castelli? Quante feste in maschera hai dovuto tragicamente cannare nella tua infanzia, lasciando inutilmente a gualcire nell’armadio il tuo splendido costumino da Fatina delle Nevi, per aver conservato in età adulta l’insopprimibile desiderio di celebrarti nei parametri estetici in vigore a Paperopoli? E soprattutto, quante poche illusioni ti fai – dico in generale, nella vita – sulla possibilità di attirare gli sguardi sulla semplice base di quello che sei, di ciò che dici, dello spessore della tua intelligenza, della personalità, di ciò che ti rende diversa da tutte le altre, per sentire il bisogno di delegare questo incarico, una sola volta e per sempre, al circo Togni di Tutte le Cerimonie?

Non me lo spiego. Del resto lo dico sempre: le donne non le capisco. Le vorrei vedere in massa buttare tutto questo ciarpame fuori dalla finestra. E invece vedo che continuano ad alimentare i palinsesti da non saper più dove metterle.

Ma è colpa mia, lo so. Non mi obbliga mica nessuno a vedere certa roba. E di sicuro non me l’ha ordinato il dottore.

horrible weddings

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13 thoughts on “Amabili resti

  1. Dammi tempo.
    Appena troverò il mio principe azzurro (minchia se si è nascosto bene, però), organizzerò il mio matrimonio da fiaba, roba che al confronto Lady D era una poraccia.
    E tu sarai una delle damigelle. E pure Dantès, e la Tiz. Vestiti in color pastello. E’ il mio sogno.

  2. Il punto è, cara, che anche nel caso delle scelte più trash, tu resti una donna particolarmente intelligente, il che vuol dire che lo faresti come le spose in tivvù non fanno mai, e cioè secondo l’unico parametro che tutto assolve e tutto consente: il senso dell’umorismo. Ed è per questo che se davvero dovessi deciderti a farlo, e a farlo così, mi impegno solennemente a indossare la tunica pastellata con la coroncina di fiori in testa. Che sarebbe il meno. Ma non solo. Mi impegno anche e a convincere il Dantés a fare altrettanto. Parola di scout.

  3. Posso venirci anch’io al matrimonio della Poison con un supereroe? (Col principe azzurro ci siamo bisticciati) R.S.V.P.
    Depositata l’istanza indirizzata alla Poison, cara Middle, ho un dubbio da dilapidare, perché sono abbastanza sicura di non aver ricevuto alcuna tua richiesta in merito al blogroll e – pertanto – sono a chiederti (ho la tribunalite) di produrmi prove concrete e inoppugnabili nel caso in cui tu invece sia sicura di averlo fatto. Perché, se così fosse, dovrò necessariamente prendere atto della circostanza che (è sempre la tribunalite che incombe) sono davvero completamente rincoglionita fin sulla linea dell’orizzonte mondo: preferisco averne contezza quanto prima per cominciare a tatuarmi addosso informazioni fondamentali nella routine del tipo “Croccantini ed acqua a Velvet” e “Piscia nel water e non nel bidet, anche perché il bidet in questa casa non ce l’hai”.
    Poi. Il Canaletto c’era prima della Nuova Zelanda o sono io che non ho capito una mazza pure stavolta? E poi: ma il blogroll dove cavolo è?
    Passo e chiudo. Baci e abbracci a tutti. Puuf! (colonna sonora della sparizione)

    • Per carità non fare test di stabilità mentale sulla base delle mie affermazioni, perché sennò non ne usciamo vive. A me semplicemente SEMBRA di averlo chiesto a te e ad Annuska, ma NON ne sono assolutamente certa, quindi se tu non ricordi, sbaglio certamente io. Anche su Canaletto non starei a preoccuparmi. E’ durato una manciata d’ore e poi è stato sostiutito dalla foto che vedi ora, quindi tutto regolare. Sul blogroll invece mi preoccupo: ma davvero non lo vedi qui a destra?!

      • Ennó, non lo vedevo (ora ti scrivo dal telefono, non vedo un tubo a prescindere). Ma fossi in te non mi preoccuperei troppo: con la connessione farlocca che ho tutto è possibile o impossibile, meglio. Bisognerebbe chiedere a navigatori più affidabili.

  4. Mah… io fosse solo per la cerimomia e tutto il resto mi sposerei una volta al mese. È il continuare a vivere per sempre con la moglie che mi disturba.

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