Del perché e del percome le donne mi fanno ammattire

La storia è questa: Belen conduce un programma in cui essenzialmente le si chiede di fare Belen. Sarebbe a dire un tocco di figa alta un metro e settantacinque che – occorre farsene una ragione – per i prossimi 20 anni, come minimo, farà sempre girare la testa per strada a qualsiasi maschio eterosessuale compreso fra i 12 e 95 anni, e ciò indipendentemente dal tasso di rosicamento della donna che si trovi eventualmente ad accompagnare l’eterosessuale in questione.

Ora, se a Belen qualcuno avesse permesso l’accesso a un seggio in Parlamento, alla direzione artistica della Scala, o alla guida del CERN, io sarei assolutamente d’accordo a contestarne l’ascesa, perché è abbastanza chiaro che i suoi meriti non hanno a che vedere con l’intelligenza e comunque non la rendono adatta ad occuparsi di incarichi di quel tipo. I meriti di Belen hanno una localizzazione più circoscritta e un impatto visivo decisamente diverso rispetto a quello riscontrabile a livello di attività corticale superiore.

Però non è questo il caso. Qui le si chiede di fare l’unica cosa che può fare, che sarebbe uno smarchettamento elegante essenzialmente fondato sulla sua bellezza incontestabile. Per cui la raccolta di firme per la chiusura del programma dovrebbe fondarsi su cosa? Perché propone un’immagine riduttiva della donna? Non c’è dubbio, è proprio quel che fa. Il problema è che pretendere la chiusura del programma – invece di limitarsi a schifarlo ad altissimi livelli abbandonandolo al suo destino – equivale a dire che io come donna non sono in grado di difendermi da sola, per cui mi tocca evocare l’avvento di un Comitato di Salute Pubblica che si assuma l’onere di stabilire come una femmina deve essere, e come non deve essere, e poi, sulla base delle linee guida, decidere che il programma di Belen deve essere chiuso.

Vorrei che fosse ben chiaro che io, come donna, non delego proprio nessuno a stabilire quel che posso permettermi di fare, e che sulla base della stessa rivendicazione di libertà, pretendo che nessuno lo dica neanche a Belen. Perché personalmente non ho nessun problema a imporre il mio modello di femminilità, anche se al mondo esiste Belen. Per quel che mi riguarda, posso portare i tacchi e farmi ascoltare allo stesso tempo, né mi sono mai sentita sminuita nelle mie competenze in tutte quelle circostanze in cui non ho occultato il fatto di essere femmina. Se tu invece hai dei problemi a gestire un’autodeterminazione multitasking, vai in terapia e risolvi il problema a livello individuale, possibilmente senza coinvolgermi in nome di una solidarietà femminile che ha a che fare con la tua idea di donna ma non con la mia.

Per non parlare poi del fatto che voglio conservare in ogni momento la mia piena autonomia. Un’autonomia in nome della quale, se mi gira, posso all’occorrenza comportarmi anche come Belen – tacco 12, trucco da smandrappa, e autoreggenti – senza per questo sentire di avere derogato a un preteso Ideale Femminino Superiore che mi vuole degna solo quando assumo l’aspetto di un’idea platonica di donna asessuata, de-erotizzata, esangue e molto intellettuale e/o dolentemente spirituale. Che è poi la versione 2.0 di quello che nella storia è sempre stato fatto nei confronti delle donne. L’affermazione di genere che si fonda su una revisione delle categorie tollerate, è francamente ridicola. L’affermazione dovrebbe fondarsi sul mandare affanculo una volta per tutte l’idea di far coincidere il valore con una categoria.

Io voglio essere libera di sentirmi donna in qualsiasi modo mi gira. Detesto il fatto che si evochi una femminilità di serie A per distinguerla da una di serie B. Sarei dell’idea che il rispetto per me come persona dovrebbe fondarsi su quel che sono, e non essere vincolato al gradiente di trasparenza dell’outfit che indosso.

Sei vuoi un altro modello di donna – e va da sé che sono del tutto d’accordo con te – allora il mio consiglio è quello di imparare prima di tutto ad essere un altro modello di donna. Una determinazione di questo genere passa soprattutto dal non sentirsi minacciata da chi propone modelli alternativi al tuo. E una cosa di questo tipo, se non matura come scelta interiore e individuale, non c’è comitato che possa insegnartela.

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