Ask a librarian

La cosa bella e straziante del mio lavoro – specie se frequenti gli ambienti universitari da 25 anni e puoi valutarne l’evoluzione – è che costituisce una piattaforma di osservazione preferenziale dell’impatto della tecnologia sulla nostra vita.

Dice: bella scoperta. Lo sappiamo tutti che la tecnologia ha cambiato il mondo. Tra l’altro la mia generazione è quella che ha subito le ricadute più pesanti, perché tra mia nonna e mia madre c’è stato di mezzo il telefono, il frigorifero, la lavatrice, e l’aspiravolvere. Punto. Tutte cose utili, per carità. Tutte cose funzionali ad accelerare i tempi di gestione della casa. Ma niente di più. Quanto a impararne l’uso – specie nel caso dei primi modelli a vaporella di carbone – si trattava di pigiare due tasti in sequenza e via andare.

La mia generazione invece – che peraltro è a poco più che metà del cammino, se Dio ce la manda buona –  è venuta al mondo coi telefoni in bachelite appesi al muro e oggi si ritrova in borsa uno smartphone, che è ben altro che una versione altamente tecnologica di un telefono. È un diverso tipo di device che ha in comune con il suo antenato solo il fatto che, fra le migliaia di altre funzioni, permette anche di mettere in atto una comunicazione a distanza. Ma quello per cui uno smartphone fa la rivoluzione non è qualcosa che ha a che fare con il numero o la complessità delle funzioni. È qualcosa che riguarda la natura dell’informazione cui ti dà accesso e l’uso che puoi farne.

Io, che sono una pippa al sugo tecnologica, uso forse meno del 5% dello mio smarphone, ma posso permettermi di fregarmene alla grandissima, perché l’assetto base della mia esistenza, ringraziando Dio, prescinde dalla tecnologia che non ha alcuna ricaduta sui dati sensibili. A me m’appaga ben altro nella vita. Il sole, il mare, i baci & gli abbracci, il sonno, il cibo, i libri, l’arte, la passione per le cose e le persone, e la gioia di essere al mondo. Tutta robetta che posso permettermi di apprezzare oggi proprio come avrei potuto fare ai tempi di Tutankamon, senza sensibili differenze applicative.

Lì dove il discorso cambia è quando si entra in ambiti di specializzazione più settoriali. È a quel punto che la differenza si fa sentire e ti riduce con l’acqua alla gola. Quando studiavo all’università, a metà degli anni ’90, fare ricerca bibliografica non era facile. Presupponeva una competenza di massima relativa all’organizzazione della informazioni, un’idea generale della classificazione Dewey, e la capacità minima di consultare un catalogo per autori e per soggetto. Quella cosa che un tempo era fatta così, avete presente, no?

Old wooden card catalogue with one opened drawer

Non era facile e nemmeno intuitivo. Però insomma, onestamente, era roba che avrei potuto insegnare a chiunque in, boh, diciamo un paio di pomeriggi. E per il resto era solo questione di fare un po’ di pratica.

Oggi invece le cose sono completamente diverse. Perché le risorse per l’organizzazione delle informazioni sono tutte digitali, e il gap che si è creato fra chi le gestisce e le configura – i bibliotecari – e l’utenza universitaria che dovrebbe essere la prima a benificiarne, diventa ogni giorno più incolmabile.

Solo qui a Padova abbiamo tre cataloghi elettronici di materiale documentario, centinaia di banche dati specialistiche online per ogni settore disciplinare, una potente macchina da guerra di didattica di supporto dell’uso di queste risorse, sempre in formato digitale (tutorial, video, slides, briochure, flyer, guide in linea, helpdesk e via discorrendo), un  portale interdisciplinare che dovrebbe riunire la maggior parte di questi strumenti in un’unica interfaccia di ricerca e, dall’anno scorso, il sito unico della Biblioteca Digitale, che a sua volta ingloba tutto il resto per consentire di reperire più facilmente qualsiasi tipologia documentale tu stia cercando, in qualunque formato, in possesso dell’ateneo di Padova, risparmiandoti la fatica di andartelo a cercare su seicento milioni di siti diversi. Praticamente un sistema di scatole cinesi, una matrioska digitale obesa che, con la scusa di semplificarti la vita, crea sistemi sempre più sovradimensionati fagocitando le sue ambiziose impalcature informative.

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Il problema però è che se monte non hai un’idea di come queste superfetazioni sono nate, cresciute, o della direzione in cui stanno sviluppando – in altre parole, ancora una volta, se non sei un bibliotecario – questo vertiginoso elevarsi delle tecnologia informativa ti semplifica un’amata fava.

E guardate che non parlo mica solo degli studenti della triennale, che ci mancherebbe solo che uscissero da qui capendoci qualcosa. Gli studenti della triennale, per le condizioni in cui si trovano mediamente quando ce ne facciamo carico dopo i test di ammissione, è già tanto se li  restituiamo al mondo 3 anni dopo avendogli fatto capire come si alza la tavoletta del cesso nelle pause pipì.

Ma no, io parlo di fior di docenti ordinari, non necessariamente oltre la soglia della demenza senile, spesso e volentieri più giovani o molto più giovani di me, che non sanno manco come si chiama la loro banca dati di riferimento. Non dico usarla, vivaddio. Non dico sapere dove si pigia per accedere all’interfaccia. No, no. Proprio anche solo sapere che esiste,  che è  fatta per loro, al punto da chiedersi: se non sai nemmeno che c’è, ma come pubblichi tu? Come fai ricerca? Perché non esistono mica alternative per sapere cosa è stato scritto su un qualsiasi tema scientifico. Cioé oggi o guardi lì, o ti perdi praticamente tutto. Gli editori scientifici mettono in commercio strumenti sempre più raffinati, i bibliotecari li configurano e li rendono disponibili all’utenza, e cosa ci dicono le statistiche? Che il 90% dei ricercatori quando deve mettere insieme una bibliografia va su Google e digita le prime due keyword che gli vengono in mente. In pratica è come vedere un cardiochirurgo che esegue un’operazione a cuore aperto usando una motosega a cinque velocità. Non dico che al cuore non arrivi, ma di sicuro non puoi sperare che faccia un lavoretto di fino.

Chirurgo_con_motosega

E questo ci porta al punto nodale della faccenda: un’impalcatura della conoscenza alla portata della sola categoria di professionisti che dovrebbe organizzarla e che NON ne fa un uso diretto, non è un po’ tristemente autoreferenziale? Sarebbe come andare al ristorante perché attratti dalla straordinaria bravura dello chef, vedersi passare sotto il naso piattini stuzzicantissimi per forma, odore, colore e impiattamento, e poi restare a guardare mentre lo chef se li magna al posto nostro. Pagheremmo per un servizio simile?

Ma soprattutto – perché, non so se è chiaro, ma in questa mediocre metafora lo chef sono io e quelli come me – vi appagherebbe davvero fare un lavoro che serve in prevalenza solo a voi stessi? A me no. Perché la mia vita professionale ha un senso se serve a qualcosa e a qualcuno.

Il risultato è che spesso, di fronte a studenti sprovveduti e paralizzati in presenza di una digitalizzazione pervasiva che li schiaccia, faccio tutto io, e così molti dei miei colleghi. Preferirei spiegargli come cavarsela da soli – perché questa dovrebbe essere la finalità di ogni percorso universitario, metterti in condizioni di completa indipendenza rispetto ai tuoi bisogni informativi, a prescindere dai contenuti dell’informazione stessa – ma la verità è che spesso non c’è tempo o non c’è modo di  farlo.

E chissà poi se queste malinconiche considerazioni valgono solo per l’università e la ricerca. Perché la nostra tecnologia è sicuramente molto avanzata. Ma noi come specie lo siamo altrettanto?

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7 thoughts on “Ask a librarian

  1. Hai ragione! E poi questo accade a tutti i livelli, in tutte le cose.. e ti dirò, capita anche nelle relazioni interpersonali, perchè anche quelle bisogna saperle gestire. Abbiamo strumenti che ci permettono di migliorare la comunicazione, ma poi non sappiamo usarli e il risultato è che affondiamo nel digitale, nel virtuale, nello strumento.. dimentichi del fatto che è uno strumento, appunto. E che bisognerebbe saperlo usare.

    • Parole sante. E triste constatatre come il vertiginoso aumento della tecnologia non faccia altro che esasperare l’incapacità di comunicare a tutti i livelli. In generale la tecnologia che non si accompagna a un livello più alto di evoluzione fa sempre e solo disastri. Io non credo al mito del buon selvaggio, e non penso che gli uomini siano particolarmente più cattivi di quanto non fossero 5000 anni fa. Solo che una cosa è essere cattivo con una clava, e una cosa è esserlo alla guida di un sommergibile con testate nucleari.

  2. Non sono del settore e temo anche di non aver capito bene la questione, però sono uno “specialista” che utilizza divesi programmi ed applicativi in ambiente aeronautico.
    Il problema che si pone a me specialista, fruitore dello strumento e spesso anche suo gestore, è che nella stragrande maggioranza dei casi lo strumento è costruito per essere non intuitivo. O meglio, anzi peggio: per essere intuitivo in base alla logica di chi lo produce, mai di chi lo utilizza.
    A volte prenderei a martellate gli sviluppatori. Ma benedetti ragazzi, perchè non vi mettete nelle mie scarpe, oppure, se ciò dovesse schifarvi, non mi chiamate e chiedete “ma secondo te?”.

    Ho buttato un occhio al portale e così, spannometricamente, mi sembra abbastanza facile ed immediato. Ma, dal punto di vista di uno specifico fruitore, lo è?

    Vi ponete nelle loro scarpe?

    Poi che la gente faccia prima, o pensi di fare prima pestando tasti su google è indubbio. I peggiori sono quelli che chiedono senza nemmeno sforzarsi di lanciare una ricerca… vabbè i rapporti umani etc… etc… però figlio bello datte ‘na svejata…

    • Questo è appunto il fulcro della faccenda, e sia chiaro che non volevo fare un trattato di sociologia, solo spiegare la mia frustrazione e il mio sconcerto. Dicevo, il punto è quello di cui parli tu: se mi metto nei panni del fruitore, gli devo fare una maschera di ricerca tipo Google con un campo libero in cui buttare una parola chiave a cazzo, la prima che ti viene in mente, e basta. Questo fa felice l’utente. Lo estasia, direi, perché ci arriva anche se è deficiente. Ma una ricerca di questo tipo non ti restituirà mai quello che stai davvero cercando, o comunque solo in minima parte. Se progetti uno strumento complicato, è perché può offrirti delle performance ad alte prestazioni. Però allora non può usarlo chiunque, non può essere intuitivo. Necessariamente. Un intervento chirurigico può essere intuitivo come usare l’allegro chirurgo? Progettare un edificio può essere intuitivo come costruire con i Lego? Evidentemente no. E allora cosa sacrifichiamo, l’efficacia o l’intuitività? Questa è la domanda. Risposte precise invece non ne ho…

      • ritorniamo, quindi, al discorso della selezione naturale e di una che non s’accorge che l’esame è stampato fronte-retro e si blocca disperata.
        Mi capisci, adesso? ;o)

  3. Posto che l’organizzazione della Giustizia ha l’agilità di un elefante su rotelle, il futuro annunciato prevede il processo c.d. telematico tra i cui attori principali abbonderebbero blasonati anche giovanissimi per i quali una mail o un foglio excel è una roba hi-tech. Sono propensa ad annoverare questa propensione tra i sintomi della monopatia: il taylorismo ci fa un baffo.

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