Semel in anno

Non so se ne siete al corrente ma questo blog, quando azzarda la critica cinematografica, lo fa sempre sotto tutela dei genitori putativi. Che nel caso specifico sono il Dantés e la Poison, papà e mammà. Perché loro di cinema ne sorbiscono a carrettate, mentre io mi accontento di quel che passa il convento, un po’ per limiti geografici e culturali, e un po’ per altre ristrettezze familiari con cui non vi annoio. Sappiate solo che, dipendesse da me, il dramma esistenziale sudcoreano con sottotitoli in francese si potrebbe vedere serenamente, perfino con un certo gusto, ché io avrei anche l’ortodossa inclinazione culturale per certe cosette. Ma all’atto pratico devo sceglire: o Kim Ki-Duk o mio marito. E sono cose.

Insomma ieri ho visto Il Capitale Umano, e come sempre per prima cosa sono andata a verificare cosa ne pensavano i molti onorevoli genitori. Perché quando esce fuori che non sono d’accordo con loro, la differenza di vedute la patisco sempre tanto. Ma stavolta, per un felice allineamento celeste e planetario, siamo tutti lietamente concordi su un parere positivo. E badate che dipende proprio dal film, ché in questi ultimi tempi a me Virzì umanamente è diventato anche abbastanza indigesto. Perché non mi è piaciuta la sparatona acida che ha fatto al festival di Torino. Ma lasciamo perdere.

La premessa è sempre la stessa. È cinema italiano. E di cinema italiano in grado di mettere in piedi una sceneggiatura così solida non se ne vede a carrettate, signori miei.  Una storia che fila dritta sulle rotaie senza sbavature. In cui, a parte qualche piccolissimo dettaglio, ogni dannato personaggio, anche quelli minori, ha una sua quadratura esistenziale in cui i conti tornano fino al centesimo. Per non parlare degli attori, che recitano tutti, dal primo all’ultimo, e lo fanno bene, altra cosa davvero inconsueta. Perché che Bentivoglio sia bravo in qualsiasi cosa fa, oppure Gifuni, vabbè, grazie tante, lo sappiamo tutti. Ma se perfino Bebo Storti, che avrà 3 inquadrature in tutto, mi delinea con tanta efficacia un  personaggio del tutto minore, e be’ allora vuol dire che c’è stata cura dei dettagli. Attenzione nelle cose. E amore per la storia. Che sono gli unici comandamenti davvero importanti per fare una robetta come Dio comanda.

Su una cosa sola non sono d’accordo con papà, però. Quando dice che il finale è buonista. Mi ha fatto pensare a una cosa che lessi molti anni fa su Capra e La vita è meravigliosa. Un film che, se le rievochi in linee generali, specie nel suo fantasmagorico finale, saresti portato a pensare che sia a lieto fine. E invece se ci pensi non lo è. Perché il cattivo non viene punito per l’azione ignobile che ha compiuto. E George Bayley si salva solo per la benevolenza di chi gli vuol bene, una sorta di elemosina collettiva, non perché la sua sostanziale onestà lo mette al riparo dai guai. In Capra i cattivi restano cattivi, e non c’è alcuna vendetta divina che rimetta a posto le cose.

Che è poi sostanzialmente quel che si può dire anche di questo film. Non finisce bene. Chi rubava, vendeva, frodava e arricchiva sulle spalle degli altri, continua a farlo anche dopo. Il più laido di tutti, Bentivoglio, ottiene tutto quello che aveva sempre voluto nelle sua meschina e miserevole ambizione, e lo ottiene sulla pelle della figlia, di cui, per quel che ne sappiamo, magari non perde neppure l’affetto, perché nulla in fondo lo obbliga a rivelare di averla tradita.

Alla fine direi che è un film che porta con sè un messaggio molto zen. E cioé che per cambiare il mondo è inutile sperare  nella rivoluzione. Quella sociale e collettiva, almeno. Perché il mondo non cambia mai, termidoro o meno. Appena la polvere si deposita a terra, le cose tornano esattamente com’erano prima, magari anche peggio. L’unica cosa che puoi sperare che cambi è il tuo atteggiamento interiore rispetto a ciò che accade. Avere la forza per dire: ok, è successo. È successo a me. Ho fatto una cazzata. Mi sono messo nei guai. Oppure ho ferito qualcuno che amavo. O anche ho perso tutto. Ma so chi sono. Conosco il nome delle persone che amo, conosco la forza di cui sono capace. Prendo fiato. Respiro. E lenatamente mi rialzo. Perché magari il villone non l’avrò mai, non ho abbastanza pelo sullo stomaco. Ma per quel che durerà la mia vita, tanto o poco che sia, saprò di avere amato, saprò che qualcuno mi ha voluto bene. Ed era solo questo in fondo che mi interessava.

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10 thoughts on “Semel in anno

  1. Intorno al 1967. Lo so che i conti non tornano. Ma tu sei precoce in tutto. Per non parlare del Dantés, che credo sia nato perfino qualche annetto dopo. Ma non stiamo a spaccare il capello in quattro.

  2. spettatrice non appagata, solo che non posso intervenire con cognizione di causa perché mi ricordo una sega.
    e comunque: kim ki-duk forever, e i mariti s’attacchino forte.

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