Upside down

E insomma, si diceva, il Giappone. Ce ne sono di cose da dire, per cui mi sa che il resoconto uscirà a puntate, anche per evitare di stramazzare la gentile utenza.

Il Giappone è un gran bel paese. Ma al di là delle sue indiscutibili bellezze paesaggistiche e urbane, quello che m’ha veramente fatta impazzire sono i giapponesi. Va premessa una cosa: io non sono il genere di viaggiatore da natura incontaminata. È un mio limite. La natura incontaminata è senza dubbio meravigliosa, ma siccome ho sempre trovato più seducenti i paesaggi interiori, la apprezzo, ma non mi commuove quanto riescono a fare gli esseri umani nella loro proteiforme varietà.

Sotto questo profilo, sono abbastanza incline a ritenere che i giapponesi occupino il punto opposto della parabola antropologica rispetto a quello in cui ci troviamo noi. Il che per inciso spiega per quale ragione esercitiamo un fascino così evidente su di loro. E loro su di noi. Se il secondo passaggio ha una letteratura meno evidente del primo, è perché il flusso turistico dall’Italia verso il Giappone è nell’ordine di 100:1. In 12 giorni di viaggio ho visto forse due italiani. È evidente che pochi ancora lo considerano una meta interessante. Il che è un peccato.

Se in un delirio di riduzionismo dovessi concentrare la nipponicità in un solo carattere, direi che è questo: la ritualità. Al giapponese, secondo me, non frega mai una mazza di nulla in termini di contenuto. Si può fare andare bene la rava o la fava indifferentemente. Da sole, insieme, o in sequenza ritmata. Basta che gliela ammannisci secondo le forme dovute. Che devono essere le più complicate possibili. Ma anche le più seducenti dal punto di vista estetico, prossemico e formale. Mi hanno fatto pensare agli Ent: “…we do not say anything in it, unless it is worth taking a long time to say, and to listen to.

Ecco, è questo. Deve valerne la pena. Sempre. Non si deroga su nulla. Non esiste una gerarchia dei fenomeni che separa i pochi eventi di rappresentanza accompagnandoli con comportamenti degni o sacrali – come accade all’incirca in qualsiasi altra parte del mondo – da tutto il resto fatto invece ad minchiam come ti viene, con le ciavatte ai piedi e la magliettazza sdrucita coi buchi ai gomiti, perché tanto non ti vede nessuno. Soprattutto non esiste compito, professione, o comportamento, che sia considerato troppo umile per consentire a chi lo pratica una deroga al rispetto delle forme previste dal protocollo. Non avevo mai visto spazzini, controllori, addetti alla pulizia dei cessi o scribacchini, che si comportano con la stessa dignità formale che avrebbero se fossero plenipotenziari all’ONU. Non nel senso della pomposità. Nel senso della religiosità. Il lavoro è un culto. Il servizio è un culto. In ultima analisi, temo, essere giapponese è un culto.

Il che ha alcuni innegabili vantaggi. Prendi i treni, per esempio. Se sei italiano, nemmeno di fronte a una legione di madonnine che si mettono a piangere sangue a spruzzo e simultanemente a ballare la macarena dimenando le anche, riusciresti a provare altrettanta sorpresa di quella che ti piglia quando prendi un treno giapponese che spacca-il-secondo. E non un treno isolato. Tutti i treni. Sempre. Comunque. Anche quelli della metro. Non c’è Fukushima che tenga. Non c’è mamma malata. Non c’è il piccolo col raffreddore. Non c’è il non mi compete. Non c’è con quello che mi pagano. Non c’è quello stronzo del capo. Niente. Nulla. Mai. Sul treno che abbiamo preso a Tokyo per raggiungere l’aeroporto di Narita alla fine del viaggio, c’era il display che elencava i voli in partenza e il terminal corrispondente, per indicare ai viaggiatori dove dirigersi una volta scesi. Essendo un volo internazionale, e siccome Narita è abbastanza distante da Tokyo, l’abbiamo preso con 4 ore di anticipo rispetto alla partenza prevista. E sul display, in corrispondenza del nostro volo, c’era scritto on time. Non tutti i voli avevano quell’indicazione, quindi non era una roba che stava lì di default. Il nostro volo ce l’aveva e per me è stata una visione onirica, una specie di ossimoro metafisico tra le variabili scheduled departure time e ora attuale. Come fai a sbilanciarti sull’idea di puntualità quattro ore prima dell’evento a cui ti riferisci? Mezz’ora prima, forse, se proprio sei davvero bravo, mi puoi dire on time. Ma quattro ore prima, fa in tempo ad arrivare un tifone dal Pacifico e a spazzare via l’arcipelago; fa in tempo a scatenarsi un’epidemia di Ebola e a decimare la popolazione; fa in tempo a schiudersi l’ovetto di Godzilla e a mandare giù il terminal 1 + il 2 come digestivo. Come puoi essere certo di controllare l’immensa mole di variabili che nei prossimi 240 minuti potrebbero abbattersi tra te e la tua idea kantiana di partenza in orario? Io non lo so come fanno. Ma lo fanno. Bisogna avere un’incrollabile fiducia nei propri mezzi, inteso come potenziale della collettività, per poterci riuscire. E lore evidentemente ce l’hanno.

Solo che tutto questo deve avere un costo, o almeno immagino. Che credo sia facilmente associabile ad altre caratteristiche tipicamente giapponesi, e molto meno vantaggiose della puntualità dei mezzi pubblici. A cominciare per esempio dall’elevatissimo tasso di suicidi. Leggevo tempo fa che il Governo ha creato una sorta di task force di psicologi statali con lo scopo specifico di tentare di arginare il fenomeno che ha dimensioni epidemiche.

E in effetti viene spontaneo pensare che ci sia una relazione. Perché la mia impressione è che dentro ogni giapponese ci sia moltissimo noi. E pochissimo io. Per creare un popolo con un animus così fortemente militarizzato, gli devi necessariamente estirpare l’individualità come una superfetazione maligna. L’ego giapponese me lo immagino microscopico, una nocciolina psicodinamica sotto il tallone di un Super Io mostruoso. Nulla di quel che ti definisce come individuo – carattere, inclinazioni, umore, passione, curiosità – deve mettersi in mezzo tra te e il tuo senso del dovere. La tua realizzazione deve coincidere con la versione pubblica di te, con il tuo ruolo e la tua funzione. Tutto il resto è scoria psichica inutile e potenzialmente dannosa.

E per tornare alle considerazioni di apertura: è chiaro a questo punto perché gli italiani rappresentino l’iperuranio, no? Noi siamo il massimo dell’esotismo. Sessanta milioni di ego ipertrofici che abitano una penisola grande all’incirca come il loro paese. Tutti i giapponesi messi insieme non agglomerano un ego paragonabile manco a quello di un concorrente medio del Grande Fratello. Figuriamoci quello di Berlusconi.

giappone_60

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12 thoughts on “Upside down

  1. Bello, continua a scrivere che mi piace leggerti. Ho adorato la citazione degli Ent, io ogni riunione la chiamo invariabilmente Entaconsulta! 🙂

  2. La puntualità dei treni mi aveva a dir poco estasiata (oltre alla presenza di un defibrillatore ogni 3 x 2). Per non parlare della pulizia, roba che quei corridoi mi facevano venire in mente la pubblicità del Vim Clorex che “nel tuo lavandino ci potrai mangiare dentro”. Ecco, uguale.

  3. Eccoadessohol’ansia…..
    ma che dici la perdoneranno come accettabile rituale gaijin la cazzonaggine italiana? no perché alla vigilia della partenza per Tokyo mi inquieta un poco l’idea di averceli come colleghi se non come capi.
    Io cercheró di impacchettargliela come imprescindibile tradizione millenaria greco-romana. Magari cosí se la bevono pure.

    • Nooo, ma la tua situazione è diversa. Tu vai a insegnare qualcosa che loro non sanno. Se ho capito un pochino lo spirito della nazione, già questo ti pone in una condizione di assoluta superiorità. Ti perdoneranno qualsiasi cosa. Sei pure italiano. Glie fai una carbonara e ti venereranno come un dio.

      • Per non parlare della possibilitá di riuscire ad attirarli con as splits nonchalance in un qualunque team building che includa un karaoke. Lí é quasi antisportivo, l’equivalente sarebbe un giapponese che prepara la pizza facendola volteggiare mentre canta O sordato ‘nammurato ma con accento velaramentesorrentino

  4. Riguardo il correttore automatico, tweet di quel geniaccio di Bill Murray:
    “Dear autocorrect, please stop changing my rude words into nice ones. You piece of shut”

  5. Pingback: Ordine & metodo | Middlemarch reloaded

  6. Pingback: Hiroshima, mon amour | Middlemarch reloaded

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