Ordine & metodo

E riprendiamo col Giappone. La prima puntata era qui, e la seconda qui.

Come mi aveva fatto notare Viperuzz per via digitale mentro ero lì, il limite di tanta iperstellare efficienza è che non conosce modulazione applicativa. Detto in altre parole, se il protocollo prevede un certo pattern, quel pattern si applica sempre senza tenere in alcun conto le circostanze di contesto. E se considerate che in fondo l’intera storia evolutiva dell’umanità – e la ragione per cui come specie siamo ancora presenti su questo pianeta – è il talento esattamente opposto, capite bene quali sono le controindicazioni.

Faccio un esempio. A Tokyo siamo andati a visitare la Mori Tower di Rappongi perché è l’observation deck più famoso della città. Potenzialmente si vede tutto fino al Fujiama. Empiricamente però c’è un tale livello di umidità mista a smog che in confronto io, che abito in pianura padana, c’avevo la sensazione di venire dalla Death Valley, per cui se riesci a lanciare un’occhiata in giro per un paio di centinaia di metri è già molto. In giorni o in stagioni diverse da quelle in cui siamo andati noi è probabile che all’accesso ascensori ci sia una discreta folla. Lo deduco dal fatto che gli ascensori sono 4, da 20 persone l’uno, e che c’erano almeno tre persone messe lì per ordinare la folla ed evitare casini. C’è una linea per terra, e serve a indicare il ‘no trespassing point‘ di modo che si formi una fila ordinata. Che poi i giapponesi abbiamo bisogno di aiuto per formare una linea ordinata, già quello di per sé è un concetto piuttosto metafisico.

E faccio subito una dogressione esemplificativa, poi torno a bomba. Un giorno alla stazione di Osaka mi fermo appena prima della linea gialla in attesa della metro, e lo faccio assolutamente a cazzo. Non in un punto preciso, cioé, ché non avevo la minima idea di doverlo individuare. Per me il concetto di metro è abbastanza connesso all’idea di assalto alla diligenza. Te fermi dove te pare, e speri che il dio delle porte automatiche ti lasci in prossimità di un ingresso, altrimenti sai già che dovrai cazzottare a caso l’utenza per riuscire a salire. Sono arrivata  che il treno precedente era appena passato, per cui non c’erano altre persone prima di me. Mi fermo, mi leggo il cartellone dalla parte opposta dei binari per ingannare il tempo, 40 o 50 secondi dopo mi giro, e senza che nemmeno me ne accorgessi, dietro di me, esattamente in corrispondenza alla mia posizione, si era già formata una fila perfetta. Mi avevano preso come riferimento per il solo fatto di essermi fermata. A rigore non era nemmeno in corrispondenza del segnale che indicava il punto preciso di apertura delle porte – che naturalmente c’è – ero un pochino più a destra. Non ha avuto nessuna importanza. Secondo quel senso della collettività organizzata che gli è proprio, mi si sono tutti accodati senza fiatare. Mi sono sembrati così inconcepibili che li ho fotografati.

20140602_115635E comunque sia chiaro che, con me o senza di me a fare da caro leader, la metro si aspetta rigorosamente così. Per dire.

metro2Ma torniamo alla Mori Tower di Rappongi. Dicevo quindi che malgrado nulla sia più inconcepibilmente superfluo dell’istigare il giapponese medio alla fila – è un drive che hanno dentro a livello cromosomico, una treib che se solo Freud l’avesse saputo ci avrebbe scritto un’appendice della Psicopatologia della Vita Quotidiana – ugualmente il protocollo prevede che i tre addetti ai controlli stiano lì non solo a mostrarti la linea bianca indicandola e inchianandosi quasi fino a terra con dovizia di spiegazioni epiche che sailcazzo cosa dicono perché va da sé che non ho capito, ma che lo facciano del tutto indipendentemente dal numero di presenti. È chiaro che se nell’atrio ci sono 200 persone, è più che opportuno indirizzarle e smistarle. Ma nel caso specifico erano più loro che noi. Noi eravamo in due. E ci hanno trattato come fossimo una folla. Soprattutto ci hanno comunicato l’assoluta necessità di piazzare il piedino esattamente in corrispondenza della linea bianca, non un centimento più avanti, nè un centimetro più indietro. Giuro che se non avessimo ottemperato con sollecitudine si sarebbero piegati a terra per collocarci il piede a mano, perché era palese che sulla norma non si poteva transigere.

Viene spontaneo chiedersi: ma in caso di un’emergenza davvero imponderabile, una di quelle che nessuna delle tue linee guida può realmente prevedere – giacché la natura della vita è appunto quella di essere in ultima analisi assolutamente impredicibile – voi come vi regolate?

L’eleganza, la precisione, l’inappuntabile sequenza degli eventi nei tempi e nei modi appropriati sono belle qualità. Ma non a caso, a ogni collasso di civiltà non sono mai i bizantini quelli che sopravvivono. Semmai i visigoti.E sapete che vi dico? Che secondo me ai giapponesi in fondo non frega. La sopravvivenza non è una priorità. L’ordine e il metodo lo sono. Al limite anche a costo dell’estizione.

Prossima puntata: Hiroshima, mon amour.

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2 thoughts on “Ordine & metodo

  1. Io lo trovo comodo e liberatorio, avere tutto già programmato. Ti puoi concentrare su altre cose.
    A volte scopro di avere pensieri da “slave”, quasi goderei ad essere dominato. Vabbè questo è un altro discorso, via.

  2. Pingback: Hiroshima, mon amour | Middlemarch reloaded

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