Prematuro entusiasmo

Non faccio mai amicizia su FB con qualcuno che non conosco di persona, a meno che non si tratti di circostanza eccezionali. Ma devono proprio esserci di mezzo degli amici seri – amici veri, non digitali – che garantiscano per loro. In sei anni mi sarà capitato forse due volte, e in entrambi i casi la prudenza ha premiato. Persone fantastiche, ma solo perché la selezione a monte era inattaccabile.

Oggi mi cerca un tizio con cui ho in comune un paio di amici carissimi. Ma dico proprio carissimi. Praticamente fratelli. Date le premesse, mi sembrava che ci fossero gli estremi per la famosa eccezione. Stai a vedere che ho trovato una persona con cui si può parlare a cuore aperto senza impantanarsi nel luogo comune da socials, mi sono detta.

Scambiamo un paio di chiacchiere. Mi dice dice che ama un particolare psicoanalista degli anni ’60 su cui ho delle perplessità. Poi mi cita la psicoanalisi in generale, e anche lì io manifesto le mie riserve. E proprio mentre un pensiero strisciante e carezzevole, con un suo retrogusto di dolcezza, comincia a farsi strada nella mia mente appena sotto la soglia della consapevolezza – ma vuoi vedere che qui c’è qualcuno con cui scambiare opinioni interessanti? – mi risponde così:

Be’, viaggiamo su treni diversi.

Lapidario. Tombale. Apodittico. Inespugnabile. Dopodiché scompare. In sintesi: non la pensi come me, per cui non ho interesse a continuare questa discussione con te.

Ci sono rimasta male come una bambina.

Ma una volta la diversità non era una ricchezza?

OPINIONE

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Killing me softly

Io ve lo devo dire. Le macerie fumanti dell’affaire Hollande-Trierweiler mi hanno portata a fare riflessioni cupamente malinconiche. Che sono l’esatto contrario di quelle che avevo fatto al momento dell’insediamento di Hollande all’Eliseo. Per me, che sono un’antropologa della rava e della fava di un certo spessore, il fatto che un presidente francese abbia avuto al suo fianco donne di questa portata, era stato francamente motivo di gioia. Perché così come non è sposato con la Treirweiler,  non era stato sposato nemmeno con la Royal. La Treirweiler, insomma, è entrata come première dame in quel palazzo senza essere congiunta al François dal sacro vincolo del matrimonio. Potrei sbagliarmi, ma non mi risulta che in nessun paese cattolico o cristiano sia mai successa una cosa del genere. E la Royal, anche lei senza vincoli formali, gli ha dato 4 figli. Sotto il profilo della morale corrente le cose erano già abbastanza anticonvenzionali. Soprattutto considerando che noi invece viviamo in un paese dove un medio politico di sinistra, quando proprio vira all’estremismo radicale, lo trovi che bacia l’anello al cardinale col ginocchio inchianato a tutte le sagre di paese e si presenta al Meeting annuale di Comunione e Liberazione brandendo crocefissi dialettici, e uno di destra non sposta una foglia senza mettere in mezzo a la zia suora e il cugino germano morto in odor di santità in terra di missione, e se proprio deve andare con le minorenni, poi non c’è una volta che non si ricordi di confessarsi col vescovo che l’ha sposato in cattedrale in mezzo a 500 invitati. Perché va bene tutto, ma insomma non siamo barbari. Per non parlare del fatto che l’unico presidente che ricordo al Quirinale senza moglie legittima è stato Scalfaro, quello devoto alla madonna, che nei momenti migliori sembrava la versione vandeana di Gomez Addams.

Non bastasse tutto questo – che non era poco – sia la Royal che la Treirweiler sono state esempi di donne che raramente trovi a fianco di un politico di successo, perché tutte e due, professionalmente parlando, sono femmine coi controcazzi, e ben assestate in posizioni apicali nei rispettivi ambiti professionali. La Royal addirittura nello stesso settore, nello stesso partito, e ora anche nello stesso governo di Holland. In genere di donna quindi – al di là delle valutazioni politiche che sono rigorosamente escluse dai miei excerpta di antropologia della rava e della fava – che non si è certo fatta spaventare dall’ombra lunga del padre dei suoi figli.

A me non pareva poco. Perché vi ricordo che ancora qualche annetto fa, all’epoca della prima campagna di Clinton – che non è una roba risalente al XVII secolo – la moglie si dovette presentare in tivù a raccontare come faceva i cookies. Hillary, dico. M’è rimasto impresso perché non ci potevo credere. Una folgorazione iconica nella mia memoria. Col capello a caschetto, il tailleur antistupro con la calza elastica, e il cerchietto blu delle Winx a tenere fermi i capelli. All’epoca era uno dei 100 avvocati più pagati d’America e spaccava il culo alle mosche nelle aule di giustizia. E fu obbligata a mascherarsi da Halloween per simulare una vaga somiglianza con quella gallina bollita di Barbara Bush, che smaltiva l’Alzheimer con le conserve di raspberries raccolte nell’orto. Perfino Michelle Obama, che pure è arrivata una ventina d’anni dopo, s’è dovuta fare da parte. Non dico che abbiano costretto anche lei a traverstirsi da Barbie First Lady perché magari vent’anni non sono passati invano. Ma di sicuro ha dovuto piantare lavoro e carriera, ché l’elettore medio non è abituato all’idea che il suo presidente sia affiancato da una donna colta e pensante. La donna colta e pensante è assimilata per principio a Grimilde, a Maleficent, a Cercei Lannister, ad Amelia la Strega che Ammalia. Se pensa, può condizionarlo, macchestaiasgherzà? L’idea che una donna che pensa serva magari a prendere decisioni più ponderate non è contemplata, c’è proprio un preciso dispositivo nell’ovaio femminile che ti fotte la concentrazione sprigionando fluidi nella sala ovale, è provato. Le lasci più di un’ora là dentro, ed è un attimo che il presidente si sente obbligato a tirar fuori la chiavetta usb coi codici nucleari e cominciare a smerdare atomiche in giro come noccioline. E poi gli storici vanno ad approfondire e cosa scoprono? Che tutto è successo perché lei era in  premestruo e mentre spicciava la White House la batteria del folletto s’è ingrippata! Sono cose che amareggiano.

Insomma, dicevo, secondo me, Ségolène e Valérie rappresentavano un modello di femmina un po’ più evoluto. Sia chiaro, niente di veramente rivoluzionario – che la rivoluzione semmai la fa la Merkel e le altre come lei occupando certe posizioni in prima persona – ma insomma un passo avanti significativo.

Poi succede quel che tutti sappiamo. La Treirweiler scrive un libro. E nel libro, da quel che leggo sui giornali, saltano fuori due cose, una più triste dell’altra.

La prima è che le donne fanno passi avanti quando si tratta di inseguire gli uomini su quello che tradizionalmente è stato il loro terreno di caccia: professione, carriera, immagine, ruolo politico. Ma quando si tratta di switchare nell’ambito degli affetti, su cui invece dovrebbero saperne assai di più – che altro abbiamo fatto a tempo pieno dall’epoca di Numitore re di Albalonga? – inforcano senza esitazioni la Delorean e in un attimo atterrano in zona Vespri Siciliani. L’amore! La passione! ll possesso! Mi uccido! Muoio! Il veleno! Deh, traetemi l’aspide, e spirerò davanti agli occhi suoi, e allora vedrà sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scender e il salir per l’altrui scale!  Con la differenza che adesso c’è Internet e soprattutto Facebook coi suoi amici Socialz, per cui se prima al massimo ci rimettevi le penne te e un paio di consanguinei tuoi meno lesti a segare il palo al primo apparire di lama, adesso c’è un coinvolgimento globale planetario che trovo francamente imbarazzante.

E la seconda è che, se dobbiamo dar credito a quello che racconta nel libro la signora Treirweiler, anche la Royal, al tempo, fece la stessa cosa con lei, a ruoli invertiti. O insomma all’incirca la stessa cosa, salvo lo sputtanamento planetario. Ma non so se all’epoca la rete avesse la diffusione che ha ora.

Vorrei che fosse chiaro che qui on è in discussione il dolore. Quello è un fatto personale che ognuno ha il diritto di elaborare come può e come sa. Personalmente penso alla sovrapposizione tra l’amore e il possesso come alla peggiore delle maledizioni, ma sono idee mie e non pretendo di farle coincidere con il concetto di modernità. E’ la forma che non capisco. Tu fai soffrire me, e mi devo ammazzare io, e per giunta in diretta planetaria? Ciò devo dire all’universo mondo che la mia vita senza di te ha così poco senso che non vale la pena che continui a conservarla? Ma se invece te ne andassi semplicemente affanculo tu, e io mi limitassi a dirtelo in faccia e poi prendessi la porta di casa, non sarebbe infinitamente più ecologico?

Mi sembra che le donne abbiano ancora molta difficoltà a capire quel che gli uomini in genere comprendono meglio intuitivamente, forse addirittura biologicamente, e cioè che la persona che scegli di amare, se sei fortunato, potrà dare spessore e significato infinito alla tua esistenza. Ma la cosa più importante al mondo prima, dopo e durante l’amore resti tu. Sei quella che c’era prima, e devi essere quella che ci sarà dopo. Nel momento in cui l’amore cessa per qualsiasi ragione – giusta o ingiusta, che implichi il coinvolgimento di altre o meno – nulla di quello che ti costituisce si perde. Soffri. Soffri moltissimo. Cadi, poi ti rialzi. Ma se la trovi una buona ragione per annichilirti, non hai perso un compagno. Hai perso un avatar a cui avevi delegato la tua identità.

Insomma la mia constatazione deprimente è questa. Le donne progrediscono. Due passi avanti e uno indietro, com’è nella natura di ogni processo evolutivo, ma lo fanno a strappi, e senza coerenza.

Si alzano al mattino e sono ingegneri, astronauti, fisici delle particelle, politici, amministratori, economisti, chirurghi, conferenzieri, scrittori, imprenditori. Senza nessun problema. C’è ancora molto lavoro da fare. Ma il processo è a buon punto.

Poi arriva uno caruccio che gli fa un sorriso. Loro ricambiano. L’attimo dopo sono lì che passeggiano mano nella mano, nella foto successiva le vedi amorevolmente chine su una culla appoggiate a una spalla salda e forte. E nell’istantanea successiva c’è Tosca che si catafotte giù dal parapetto di Castel S.Angelo cantando O Scarpia, avanti a Dio!

Ecco, secondo me sarebbe arrivato il momento di cominciare a pensare a un sistema concreto per risolvere questa schizofrenia. Poi per carità fate voi.

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Kinky boot

Stamattina, a Fano, seduti in 6 al tavolo di un bar per fare colazione, abbiamo ordinato:

  1. Un caffellatte
  2. Un caffè liscio
  3. Un succo di pera
  4. Un succo di pesca
  5. Un cappuccino estivo con schiuma fredda
  6. Un caffè di ginseng in tazza piccola
  7. Un bombolone alla crema
  8. Un cornetto alla crema
  9. Un cornetto vuoto
  10. Un cornetto alla marmellata rossa
  11. Un cornetto al cioccolato
  12. Un fagottino alle mele

Con l’incrollabile certezza di colei che sa che una simile inarrivabile varietà di gusti, interessi e orientamenti all’interno di un solo campione, e oltretutto minuscolo come il nostro, sarebbe stata possibile solo in questo paese, continuo a chiedermi: si tratta del più notevole dei nostri talenti, o della peggiore delle nostre maledizioni?

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How Berlusconi keeps his face: A neuropsychological study in a case of semantic dementia. Mondini, Sara; Semenza, Carlo, Cortex: A Journal Devoted to the Study of the Nervous System and Behavior. Vol.42(3), 2006, pp. 332-335.

A patient (V.Z.) is described as being affected by progressive bilateral atrophy of the mesial temporal lobes resulting in semantic dementia. Vis-a-vis virtually nil recognition of even the most familiar faces (including those of her closest relatives) as well as of objects and animals, V.Z. could nevertheless consistently recognize and name the face of Silvio Berlusconi, the mass media tycoon and current Italian Prime Minister. The experimental investigation led to the conclusion that Mr Berlusconi’s face was seen as an icon rather than as a face. This telling effect of Mr Berlusconi’s pervasive propaganda constitutes an unprecedented case in the neuropsychological literature. (PsycINFO Database Record (c) 2012 APA, all rights reserved) (journal abstract).

Guardate che le implicazioni sono fenomenali. L’ex cavaliere dudista ormai è penetrato nel nostro inconscio collettivo. Lo dice la ricerca scientifica internazionale.

Se fosse vivo Jung nel pieno dell’elaborazione della teoria degli archetipi universali, scommetto che piuttosto che portarla a compimento si sarebbe suicidato.

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Ask a librarian

La cosa bella e straziante del mio lavoro – specie se frequenti gli ambienti universitari da 25 anni e puoi valutarne l’evoluzione – è che costituisce una piattaforma di osservazione preferenziale dell’impatto della tecnologia sulla nostra vita.

Dice: bella scoperta. Lo sappiamo tutti che la tecnologia ha cambiato il mondo. Tra l’altro la mia generazione è quella che ha subito le ricadute più pesanti, perché tra mia nonna e mia madre c’è stato di mezzo il telefono, il frigorifero, la lavatrice, e l’aspiravolvere. Punto. Tutte cose utili, per carità. Tutte cose funzionali ad accelerare i tempi di gestione della casa. Ma niente di più. Quanto a impararne l’uso – specie nel caso dei primi modelli a vaporella di carbone – si trattava di pigiare due tasti in sequenza e via andare.

La mia generazione invece – che peraltro è a poco più che metà del cammino, se Dio ce la manda buona –  è venuta al mondo coi telefoni in bachelite appesi al muro e oggi si ritrova in borsa uno smartphone, che è ben altro che una versione altamente tecnologica di un telefono. È un diverso tipo di device che ha in comune con il suo antenato solo il fatto che, fra le migliaia di altre funzioni, permette anche di mettere in atto una comunicazione a distanza. Ma quello per cui uno smartphone fa la rivoluzione non è qualcosa che ha a che fare con il numero o la complessità delle funzioni. È qualcosa che riguarda la natura dell’informazione cui ti dà accesso e l’uso che puoi farne.

Io, che sono una pippa al sugo tecnologica, uso forse meno del 5% dello mio smarphone, ma posso permettermi di fregarmene alla grandissima, perché l’assetto base della mia esistenza, ringraziando Dio, prescinde dalla tecnologia che non ha alcuna ricaduta sui dati sensibili. A me m’appaga ben altro nella vita. Il sole, il mare, i baci & gli abbracci, il sonno, il cibo, i libri, l’arte, la passione per le cose e le persone, e la gioia di essere al mondo. Tutta robetta che posso permettermi di apprezzare oggi proprio come avrei potuto fare ai tempi di Tutankamon, senza sensibili differenze applicative.

Lì dove il discorso cambia è quando si entra in ambiti di specializzazione più settoriali. È a quel punto che la differenza si fa sentire e ti riduce con l’acqua alla gola. Quando studiavo all’università, a metà degli anni ’90, fare ricerca bibliografica non era facile. Presupponeva una competenza di massima relativa all’organizzazione della informazioni, un’idea generale della classificazione Dewey, e la capacità minima di consultare un catalogo per autori e per soggetto. Quella cosa che un tempo era fatta così, avete presente, no?

Old wooden card catalogue with one opened drawer

Non era facile e nemmeno intuitivo. Però insomma, onestamente, era roba che avrei potuto insegnare a chiunque in, boh, diciamo un paio di pomeriggi. E per il resto era solo questione di fare un po’ di pratica.

Oggi invece le cose sono completamente diverse. Perché le risorse per l’organizzazione delle informazioni sono tutte digitali, e il gap che si è creato fra chi le gestisce e le configura – i bibliotecari – e l’utenza universitaria che dovrebbe essere la prima a benificiarne, diventa ogni giorno più incolmabile.

Solo qui a Padova abbiamo tre cataloghi elettronici di materiale documentario, centinaia di banche dati specialistiche online per ogni settore disciplinare, una potente macchina da guerra di didattica di supporto dell’uso di queste risorse, sempre in formato digitale (tutorial, video, slides, briochure, flyer, guide in linea, helpdesk e via discorrendo), un  portale interdisciplinare che dovrebbe riunire la maggior parte di questi strumenti in un’unica interfaccia di ricerca e, dall’anno scorso, il sito unico della Biblioteca Digitale, che a sua volta ingloba tutto il resto per consentire di reperire più facilmente qualsiasi tipologia documentale tu stia cercando, in qualunque formato, in possesso dell’ateneo di Padova, risparmiandoti la fatica di andartelo a cercare su seicento milioni di siti diversi. Praticamente un sistema di scatole cinesi, una matrioska digitale obesa che, con la scusa di semplificarti la vita, crea sistemi sempre più sovradimensionati fagocitando le sue ambiziose impalcature informative.

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Il problema però è che se monte non hai un’idea di come queste superfetazioni sono nate, cresciute, o della direzione in cui stanno sviluppando – in altre parole, ancora una volta, se non sei un bibliotecario – questo vertiginoso elevarsi delle tecnologia informativa ti semplifica un’amata fava.

E guardate che non parlo mica solo degli studenti della triennale, che ci mancherebbe solo che uscissero da qui capendoci qualcosa. Gli studenti della triennale, per le condizioni in cui si trovano mediamente quando ce ne facciamo carico dopo i test di ammissione, è già tanto se li  restituiamo al mondo 3 anni dopo avendogli fatto capire come si alza la tavoletta del cesso nelle pause pipì.

Ma no, io parlo di fior di docenti ordinari, non necessariamente oltre la soglia della demenza senile, spesso e volentieri più giovani o molto più giovani di me, che non sanno manco come si chiama la loro banca dati di riferimento. Non dico usarla, vivaddio. Non dico sapere dove si pigia per accedere all’interfaccia. No, no. Proprio anche solo sapere che esiste,  che è  fatta per loro, al punto da chiedersi: se non sai nemmeno che c’è, ma come pubblichi tu? Come fai ricerca? Perché non esistono mica alternative per sapere cosa è stato scritto su un qualsiasi tema scientifico. Cioé oggi o guardi lì, o ti perdi praticamente tutto. Gli editori scientifici mettono in commercio strumenti sempre più raffinati, i bibliotecari li configurano e li rendono disponibili all’utenza, e cosa ci dicono le statistiche? Che il 90% dei ricercatori quando deve mettere insieme una bibliografia va su Google e digita le prime due keyword che gli vengono in mente. In pratica è come vedere un cardiochirurgo che esegue un’operazione a cuore aperto usando una motosega a cinque velocità. Non dico che al cuore non arrivi, ma di sicuro non puoi sperare che faccia un lavoretto di fino.

Chirurgo_con_motosega

E questo ci porta al punto nodale della faccenda: un’impalcatura della conoscenza alla portata della sola categoria di professionisti che dovrebbe organizzarla e che NON ne fa un uso diretto, non è un po’ tristemente autoreferenziale? Sarebbe come andare al ristorante perché attratti dalla straordinaria bravura dello chef, vedersi passare sotto il naso piattini stuzzicantissimi per forma, odore, colore e impiattamento, e poi restare a guardare mentre lo chef se li magna al posto nostro. Pagheremmo per un servizio simile?

Ma soprattutto – perché, non so se è chiaro, ma in questa mediocre metafora lo chef sono io e quelli come me – vi appagherebbe davvero fare un lavoro che serve in prevalenza solo a voi stessi? A me no. Perché la mia vita professionale ha un senso se serve a qualcosa e a qualcuno.

Il risultato è che spesso, di fronte a studenti sprovveduti e paralizzati in presenza di una digitalizzazione pervasiva che li schiaccia, faccio tutto io, e così molti dei miei colleghi. Preferirei spiegargli come cavarsela da soli – perché questa dovrebbe essere la finalità di ogni percorso universitario, metterti in condizioni di completa indipendenza rispetto ai tuoi bisogni informativi, a prescindere dai contenuti dell’informazione stessa – ma la verità è che spesso non c’è tempo o non c’è modo di  farlo.

E chissà poi se queste malinconiche considerazioni valgono solo per l’università e la ricerca. Perché la nostra tecnologia è sicuramente molto avanzata. Ma noi come specie lo siamo altrettanto?

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Falle evolutive

Esistono uomini che, per il solo fatto che a un certo punto della vita te l’hanno chiesta e tu non gliel’hai data, pensano per questo di potersi fare un’idea precisa su di te. E fino a qui, non è nient’altro che cronaca di cui nella vita fanno esperienza tutte le donne, e probabilmente anche alcuni maschi. Niente che varrebbe la pena rilevare, insomma, perfino in un blog come questo che, diciamoci la verità, non puoi scambiare neache volendo per l’Huffington Post.

Solo che in certi casi succede, ed è proprio quel che mi è capitato oggi, che un commentino acido ti riveli che non gli è ancora andata giù. Parliamo di fatti che risalgono alla metà degli anni ’90, e di un uomo che va per i 50, Ha un’ex moglie, due figli grandi, e una compagna con cui ritengo sia pienamente appagato. Un adulto, insomma, almeno secondo i parametri cronologici in vigore. Volendo, era adulto anche all’epoca dei fatti in questione.

A prima vista magari potrebbe sembrare una questione d’amore, ma non è quello. Lo so perché l’amore con gli anni passa oppure si sublima, ma di sicuro non irrancidisce. E poi conosco l’uomo,  è una faccenda che ha a che fare molto più con i confini dell’ego che con la densità del cuore.

Lui ne ha  uno smisurato. Di ego, non di cuore. Cioé è il genere di persona che proprio non concepisce il fatto che io non abbia bramato l’idea di avventarmi sul suo cazzo come un’assetata nel deserto. La cosa mi colpisce perché questa è un’attitudine che ho riscontrato molto più spesso negli uomini che nelle donne. Solo certe donne davvero belle – e forse una minoranza ancora più ristretta di principesse sul pisello – hanno una sicurezza di questo tipo. E’ molto, ma molto più frequente imbattersi in donne stupende che pensano a sè stesse come la variante genomata di un cassonetto della spazzatura di un’area urbana profondamente disagiata.

Quel che mi sconcerta è che non coincide quasi mai con un gradiente minimo di appetibilità fisica nè tantomeno spirituale. Oltretutto credo di essere una persona abbastanza gentile, almeno finché proprio non mi pigliano per il culo. Se incontro un uomo che si sbrodola su se stesso e a me pare solo un diversamente rospo, non sto lì a dirglielo. Mi limito a sorridere con grazia e ad andare per la mia strada. E se devo declinare la cortese offerta del suo pene impareggiabilmente self-confident, non mi metto a sghignazzare come una baccante invasata. Adduco qualche scusa cortese, mi assumo le responsabilità del caso (sapete quegli evergreen tipo non sei tu, sono io, oppure in questo momento ho bisogno di riflettere) e cerco di non fargliela pesare.

La cosa buffa è che proprio ieri, chiacchierando con una studentessa che sta facendo una tesi sulla formazione culturale degli stereotipi di genere, ho scoperto da lei questa cosa qui: le bambine si vedono sostanzialmente in condizione di parità con i maschi fino agli otto anni circa. Superata quella soglia, parte inarrestabile il declino. Tirano il freno a mano – se non direttamente la retromarcia – e lasciano che i maschi comincino a superarle. Iniziano a pensare a se stesse come meno dotate. Fanno un passo indietro – come donne, e soprattutto come madri e future educatrici di altri uomini – che è ovviamente il prerequisito essenziale perché gli uomini restino sempre un passo avanti.

Insomma la questione che mi pongo oggi è proprio questa. In generale, gli uomini sicuri di sè senza averne motivo – che sono quelli che più facilmente ti mortificano, non ti fanno sentire all’altezza, oppure, come in questo caso, non ti perdonano di avere avuto l’ardire di cagarli di brutto nemmeno a eoni di distanza dall’evento – non mi sembrano simpatici. Ma se fosse proprio questa la variabile che gli garantisce sempre il primato come categoria e come genere?

Insomma, per avere una società davvero paritaria, l’unica strada fattibile è davvero quella che passa per la trasformazione in pompatissime stronze?

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Del perché e del percome le donne mi fanno ammattire

La storia è questa: Belen conduce un programma in cui essenzialmente le si chiede di fare Belen. Sarebbe a dire un tocco di figa alta un metro e settantacinque che – occorre farsene una ragione – per i prossimi 20 anni, come minimo, farà sempre girare la testa per strada a qualsiasi maschio eterosessuale compreso fra i 12 e 95 anni, e ciò indipendentemente dal tasso di rosicamento della donna che si trovi eventualmente ad accompagnare l’eterosessuale in questione.

Ora, se a Belen qualcuno avesse permesso l’accesso a un seggio in Parlamento, alla direzione artistica della Scala, o alla guida del CERN, io sarei assolutamente d’accordo a contestarne l’ascesa, perché è abbastanza chiaro che i suoi meriti non hanno a che vedere con l’intelligenza e comunque non la rendono adatta ad occuparsi di incarichi di quel tipo. I meriti di Belen hanno una localizzazione più circoscritta e un impatto visivo decisamente diverso rispetto a quello riscontrabile a livello di attività corticale superiore.

Però non è questo il caso. Qui le si chiede di fare l’unica cosa che può fare, che sarebbe uno smarchettamento elegante essenzialmente fondato sulla sua bellezza incontestabile. Per cui la raccolta di firme per la chiusura del programma dovrebbe fondarsi su cosa? Perché propone un’immagine riduttiva della donna? Non c’è dubbio, è proprio quel che fa. Il problema è che pretendere la chiusura del programma – invece di limitarsi a schifarlo ad altissimi livelli abbandonandolo al suo destino – equivale a dire che io come donna non sono in grado di difendermi da sola, per cui mi tocca evocare l’avvento di un Comitato di Salute Pubblica che si assuma l’onere di stabilire come una femmina deve essere, e come non deve essere, e poi, sulla base delle linee guida, decidere che il programma di Belen deve essere chiuso.

Vorrei che fosse ben chiaro che io, come donna, non delego proprio nessuno a stabilire quel che posso permettermi di fare, e che sulla base della stessa rivendicazione di libertà, pretendo che nessuno lo dica neanche a Belen. Perché personalmente non ho nessun problema a imporre il mio modello di femminilità, anche se al mondo esiste Belen. Per quel che mi riguarda, posso portare i tacchi e farmi ascoltare allo stesso tempo, né mi sono mai sentita sminuita nelle mie competenze in tutte quelle circostanze in cui non ho occultato il fatto di essere femmina. Se tu invece hai dei problemi a gestire un’autodeterminazione multitasking, vai in terapia e risolvi il problema a livello individuale, possibilmente senza coinvolgermi in nome di una solidarietà femminile che ha a che fare con la tua idea di donna ma non con la mia.

Per non parlare poi del fatto che voglio conservare in ogni momento la mia piena autonomia. Un’autonomia in nome della quale, se mi gira, posso all’occorrenza comportarmi anche come Belen – tacco 12, trucco da smandrappa, e autoreggenti – senza per questo sentire di avere derogato a un preteso Ideale Femminino Superiore che mi vuole degna solo quando assumo l’aspetto di un’idea platonica di donna asessuata, de-erotizzata, esangue e molto intellettuale e/o dolentemente spirituale. Che è poi la versione 2.0 di quello che nella storia è sempre stato fatto nei confronti delle donne. L’affermazione di genere che si fonda su una revisione delle categorie tollerate, è francamente ridicola. L’affermazione dovrebbe fondarsi sul mandare affanculo una volta per tutte l’idea di far coincidere il valore con una categoria.

Io voglio essere libera di sentirmi donna in qualsiasi modo mi gira. Detesto il fatto che si evochi una femminilità di serie A per distinguerla da una di serie B. Sarei dell’idea che il rispetto per me come persona dovrebbe fondarsi su quel che sono, e non essere vincolato al gradiente di trasparenza dell’outfit che indosso.

Sei vuoi un altro modello di donna – e va da sé che sono del tutto d’accordo con te – allora il mio consiglio è quello di imparare prima di tutto ad essere un altro modello di donna. Una determinazione di questo genere passa soprattutto dal non sentirsi minacciata da chi propone modelli alternativi al tuo. E una cosa di questo tipo, se non matura come scelta interiore e individuale, non c’è comitato che possa insegnartela.

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