Stand by me

I compagni delle medie, che non sentivo perlopiù da 35 anni, hanno aperto una pagina Facebook per patrocinare un revival. Fin qui, nulla di particolarmente eclatante.

E poi, come logo dell’impresa, sotto il titolo hanno scritto: il Tempo non scalfigge l’Amicizia. Erano persone carine. Non conservo brutti ricordi di nessuno di loro. Però porca pupazza, ragazzi, la mettete giù davvero dura, eh?

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Ask a librarian

La cosa bella e straziante del mio lavoro – specie se frequenti gli ambienti universitari da 25 anni e puoi valutarne l’evoluzione – è che costituisce una piattaforma di osservazione preferenziale dell’impatto della tecnologia sulla nostra vita.

Dice: bella scoperta. Lo sappiamo tutti che la tecnologia ha cambiato il mondo. Tra l’altro la mia generazione è quella che ha subito le ricadute più pesanti, perché tra mia nonna e mia madre c’è stato di mezzo il telefono, il frigorifero, la lavatrice, e l’aspiravolvere. Punto. Tutte cose utili, per carità. Tutte cose funzionali ad accelerare i tempi di gestione della casa. Ma niente di più. Quanto a impararne l’uso – specie nel caso dei primi modelli a vaporella di carbone – si trattava di pigiare due tasti in sequenza e via andare.

La mia generazione invece – che peraltro è a poco più che metà del cammino, se Dio ce la manda buona –  è venuta al mondo coi telefoni in bachelite appesi al muro e oggi si ritrova in borsa uno smartphone, che è ben altro che una versione altamente tecnologica di un telefono. È un diverso tipo di device che ha in comune con il suo antenato solo il fatto che, fra le migliaia di altre funzioni, permette anche di mettere in atto una comunicazione a distanza. Ma quello per cui uno smartphone fa la rivoluzione non è qualcosa che ha a che fare con il numero o la complessità delle funzioni. È qualcosa che riguarda la natura dell’informazione cui ti dà accesso e l’uso che puoi farne.

Io, che sono una pippa al sugo tecnologica, uso forse meno del 5% dello mio smarphone, ma posso permettermi di fregarmene alla grandissima, perché l’assetto base della mia esistenza, ringraziando Dio, prescinde dalla tecnologia che non ha alcuna ricaduta sui dati sensibili. A me m’appaga ben altro nella vita. Il sole, il mare, i baci & gli abbracci, il sonno, il cibo, i libri, l’arte, la passione per le cose e le persone, e la gioia di essere al mondo. Tutta robetta che posso permettermi di apprezzare oggi proprio come avrei potuto fare ai tempi di Tutankamon, senza sensibili differenze applicative.

Lì dove il discorso cambia è quando si entra in ambiti di specializzazione più settoriali. È a quel punto che la differenza si fa sentire e ti riduce con l’acqua alla gola. Quando studiavo all’università, a metà degli anni ’90, fare ricerca bibliografica non era facile. Presupponeva una competenza di massima relativa all’organizzazione della informazioni, un’idea generale della classificazione Dewey, e la capacità minima di consultare un catalogo per autori e per soggetto. Quella cosa che un tempo era fatta così, avete presente, no?

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Non era facile e nemmeno intuitivo. Però insomma, onestamente, era roba che avrei potuto insegnare a chiunque in, boh, diciamo un paio di pomeriggi. E per il resto era solo questione di fare un po’ di pratica.

Oggi invece le cose sono completamente diverse. Perché le risorse per l’organizzazione delle informazioni sono tutte digitali, e il gap che si è creato fra chi le gestisce e le configura – i bibliotecari – e l’utenza universitaria che dovrebbe essere la prima a benificiarne, diventa ogni giorno più incolmabile.

Solo qui a Padova abbiamo tre cataloghi elettronici di materiale documentario, centinaia di banche dati specialistiche online per ogni settore disciplinare, una potente macchina da guerra di didattica di supporto dell’uso di queste risorse, sempre in formato digitale (tutorial, video, slides, briochure, flyer, guide in linea, helpdesk e via discorrendo), un  portale interdisciplinare che dovrebbe riunire la maggior parte di questi strumenti in un’unica interfaccia di ricerca e, dall’anno scorso, il sito unico della Biblioteca Digitale, che a sua volta ingloba tutto il resto per consentire di reperire più facilmente qualsiasi tipologia documentale tu stia cercando, in qualunque formato, in possesso dell’ateneo di Padova, risparmiandoti la fatica di andartelo a cercare su seicento milioni di siti diversi. Praticamente un sistema di scatole cinesi, una matrioska digitale obesa che, con la scusa di semplificarti la vita, crea sistemi sempre più sovradimensionati fagocitando le sue ambiziose impalcature informative.

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Il problema però è che se monte non hai un’idea di come queste superfetazioni sono nate, cresciute, o della direzione in cui stanno sviluppando – in altre parole, ancora una volta, se non sei un bibliotecario – questo vertiginoso elevarsi delle tecnologia informativa ti semplifica un’amata fava.

E guardate che non parlo mica solo degli studenti della triennale, che ci mancherebbe solo che uscissero da qui capendoci qualcosa. Gli studenti della triennale, per le condizioni in cui si trovano mediamente quando ce ne facciamo carico dopo i test di ammissione, è già tanto se li  restituiamo al mondo 3 anni dopo avendogli fatto capire come si alza la tavoletta del cesso nelle pause pipì.

Ma no, io parlo di fior di docenti ordinari, non necessariamente oltre la soglia della demenza senile, spesso e volentieri più giovani o molto più giovani di me, che non sanno manco come si chiama la loro banca dati di riferimento. Non dico usarla, vivaddio. Non dico sapere dove si pigia per accedere all’interfaccia. No, no. Proprio anche solo sapere che esiste,  che è  fatta per loro, al punto da chiedersi: se non sai nemmeno che c’è, ma come pubblichi tu? Come fai ricerca? Perché non esistono mica alternative per sapere cosa è stato scritto su un qualsiasi tema scientifico. Cioé oggi o guardi lì, o ti perdi praticamente tutto. Gli editori scientifici mettono in commercio strumenti sempre più raffinati, i bibliotecari li configurano e li rendono disponibili all’utenza, e cosa ci dicono le statistiche? Che il 90% dei ricercatori quando deve mettere insieme una bibliografia va su Google e digita le prime due keyword che gli vengono in mente. In pratica è come vedere un cardiochirurgo che esegue un’operazione a cuore aperto usando una motosega a cinque velocità. Non dico che al cuore non arrivi, ma di sicuro non puoi sperare che faccia un lavoretto di fino.

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E questo ci porta al punto nodale della faccenda: un’impalcatura della conoscenza alla portata della sola categoria di professionisti che dovrebbe organizzarla e che NON ne fa un uso diretto, non è un po’ tristemente autoreferenziale? Sarebbe come andare al ristorante perché attratti dalla straordinaria bravura dello chef, vedersi passare sotto il naso piattini stuzzicantissimi per forma, odore, colore e impiattamento, e poi restare a guardare mentre lo chef se li magna al posto nostro. Pagheremmo per un servizio simile?

Ma soprattutto – perché, non so se è chiaro, ma in questa mediocre metafora lo chef sono io e quelli come me – vi appagherebbe davvero fare un lavoro che serve in prevalenza solo a voi stessi? A me no. Perché la mia vita professionale ha un senso se serve a qualcosa e a qualcuno.

Il risultato è che spesso, di fronte a studenti sprovveduti e paralizzati in presenza di una digitalizzazione pervasiva che li schiaccia, faccio tutto io, e così molti dei miei colleghi. Preferirei spiegargli come cavarsela da soli – perché questa dovrebbe essere la finalità di ogni percorso universitario, metterti in condizioni di completa indipendenza rispetto ai tuoi bisogni informativi, a prescindere dai contenuti dell’informazione stessa – ma la verità è che spesso non c’è tempo o non c’è modo di  farlo.

E chissà poi se queste malinconiche considerazioni valgono solo per l’università e la ricerca. Perché la nostra tecnologia è sicuramente molto avanzata. Ma noi come specie lo siamo altrettanto?

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Del perché e del percome le donne mi fanno ammattire

La storia è questa: Belen conduce un programma in cui essenzialmente le si chiede di fare Belen. Sarebbe a dire un tocco di figa alta un metro e settantacinque che – occorre farsene una ragione – per i prossimi 20 anni, come minimo, farà sempre girare la testa per strada a qualsiasi maschio eterosessuale compreso fra i 12 e 95 anni, e ciò indipendentemente dal tasso di rosicamento della donna che si trovi eventualmente ad accompagnare l’eterosessuale in questione.

Ora, se a Belen qualcuno avesse permesso l’accesso a un seggio in Parlamento, alla direzione artistica della Scala, o alla guida del CERN, io sarei assolutamente d’accordo a contestarne l’ascesa, perché è abbastanza chiaro che i suoi meriti non hanno a che vedere con l’intelligenza e comunque non la rendono adatta ad occuparsi di incarichi di quel tipo. I meriti di Belen hanno una localizzazione più circoscritta e un impatto visivo decisamente diverso rispetto a quello riscontrabile a livello di attività corticale superiore.

Però non è questo il caso. Qui le si chiede di fare l’unica cosa che può fare, che sarebbe uno smarchettamento elegante essenzialmente fondato sulla sua bellezza incontestabile. Per cui la raccolta di firme per la chiusura del programma dovrebbe fondarsi su cosa? Perché propone un’immagine riduttiva della donna? Non c’è dubbio, è proprio quel che fa. Il problema è che pretendere la chiusura del programma – invece di limitarsi a schifarlo ad altissimi livelli abbandonandolo al suo destino – equivale a dire che io come donna non sono in grado di difendermi da sola, per cui mi tocca evocare l’avvento di un Comitato di Salute Pubblica che si assuma l’onere di stabilire come una femmina deve essere, e come non deve essere, e poi, sulla base delle linee guida, decidere che il programma di Belen deve essere chiuso.

Vorrei che fosse ben chiaro che io, come donna, non delego proprio nessuno a stabilire quel che posso permettermi di fare, e che sulla base della stessa rivendicazione di libertà, pretendo che nessuno lo dica neanche a Belen. Perché personalmente non ho nessun problema a imporre il mio modello di femminilità, anche se al mondo esiste Belen. Per quel che mi riguarda, posso portare i tacchi e farmi ascoltare allo stesso tempo, né mi sono mai sentita sminuita nelle mie competenze in tutte quelle circostanze in cui non ho occultato il fatto di essere femmina. Se tu invece hai dei problemi a gestire un’autodeterminazione multitasking, vai in terapia e risolvi il problema a livello individuale, possibilmente senza coinvolgermi in nome di una solidarietà femminile che ha a che fare con la tua idea di donna ma non con la mia.

Per non parlare poi del fatto che voglio conservare in ogni momento la mia piena autonomia. Un’autonomia in nome della quale, se mi gira, posso all’occorrenza comportarmi anche come Belen – tacco 12, trucco da smandrappa, e autoreggenti – senza per questo sentire di avere derogato a un preteso Ideale Femminino Superiore che mi vuole degna solo quando assumo l’aspetto di un’idea platonica di donna asessuata, de-erotizzata, esangue e molto intellettuale e/o dolentemente spirituale. Che è poi la versione 2.0 di quello che nella storia è sempre stato fatto nei confronti delle donne. L’affermazione di genere che si fonda su una revisione delle categorie tollerate, è francamente ridicola. L’affermazione dovrebbe fondarsi sul mandare affanculo una volta per tutte l’idea di far coincidere il valore con una categoria.

Io voglio essere libera di sentirmi donna in qualsiasi modo mi gira. Detesto il fatto che si evochi una femminilità di serie A per distinguerla da una di serie B. Sarei dell’idea che il rispetto per me come persona dovrebbe fondarsi su quel che sono, e non essere vincolato al gradiente di trasparenza dell’outfit che indosso.

Sei vuoi un altro modello di donna – e va da sé che sono del tutto d’accordo con te – allora il mio consiglio è quello di imparare prima di tutto ad essere un altro modello di donna. Una determinazione di questo genere passa soprattutto dal non sentirsi minacciata da chi propone modelli alternativi al tuo. E una cosa di questo tipo, se non matura come scelta interiore e individuale, non c’è comitato che possa insegnartela.

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Amabili resti

Il mio primo blog – non era esattamente il primo in effetti, era il secondo, ma nel mio cuore lo qualifico come il vero esordio da blogger perché fu il primo in cui usai il nome Middlemarch – comparve nel web una sera in cui ero sola in casa e passavo il tempo osservando di sottecchi, con il minor grado di partecipazione possibile, una minchiatina di film italiano indigeribile che parlava di matrimoni, con tutta quella vagonata di cliché che questo genere di atto formale si porta sempre dietro all’interno della cultura occidentale. Ricordo ancora distintamente il senso di orrore che mi spinse a scrivere il primo post (e attenzioni, cari, che qui siamo al purissimo vintage digitale) e che si sostanziava essenzialmente intorno a questa domanda: ma che davvero stiamo ancora qua?

Be’, è con lo stesso carico di meraviglia che in questi ultimi tempi sono diventata schiava della programmazione matrimoniabile dellla pay tivvù, che com’è noto occupa circa il 30% dei palinsesti, insieme alla cucina per ipodotati e ai disturbi dell’alimentazione o del comportamento tipo ‘accumulatori seriali’. La scelta è articolatissima: c’è lo show che ruota intorno alla scelta dell’abito, quello che si occupa del vestito delle damigelle, quello in cui la suocera e la madre della nubenda decidono cosa le sta meglio addosso, e, ultimo in ordine di tempo ma già vicinissimo al mio cuore, quello in cui quattro spose si sfidano a colpi di matrimonio. Ognuna presenzia a quello delle altre, dà un voto all’abito, al cibo e alla location, e quella che vince si fa una vacanza in qualche paradiso esotico trucidone, il genere di posto che puoi spacciare per esclusivo solo se lo rifili a gente il cui livello scolastico si allinea all’incirca a quello di Briatore, o comunque molto al di sotto di quello di una qualsiasi popolazione media subsahariana.

La mia perplessità rimane la stessa di allora, solo che con la vecchiaia mi sono fatta più acida, e quindi in qualche modo la cosa mi angustia di più. Perché continuo a trovare inconcepibile che una donna avverta la necessità di pompare bulimicamente l’immagine di sé in quell’unico giorno. Lasciamo anche perdere il buon gusto o il senso dell’eleganza, che sono palesemente costrutti del tutto estranei a un contesto di quel genere, ma è possibile che una donna non avverta imbarazzi a coltivare da adulta l’immaginario di una bambina di sette anni?

Non a caso il setting che mi angoscia di più non è quello delle versioni americane dello show, perché il macrodimensionamento delle ambizioni è un elemento consustanziale alla cultura americana. Per l’americano medio, almeno da quel che sembra visto da questo lato dell’oceano (ok, lo so, è Mediterraneo, ma subito dopo lo stretto di Gibilterra diventa Atlantico, quindi non stiamo a spaccare il capello in quattro), la versione king size di qualsiasi fenomeno, empirico o astratto, è un valore in sé, e la variante fenomeno da baraccone ce l’hanno nel sangue. Anche perché va da sé che i concorrenti non vengono selezionati tra il 2% che ha una tenuta negli Hamptons e un PhD ad Harvard. Vengono scelte persone di livello medio con aspirazioni conformi alla cultura a cui appartengono. Per cui vedere due sposi newyorkesi di origini russe che si presentano nella sala del ricevimento facendosi calare dall’alto dentro due enormi riproduzioni di uova Fabergé, ti stupisce fino a un certo punto. Capisci che per loro è un gesto distensivo, un modo appena sopra le righe di accogliere gli ospiti, una cosina che sta solo un gradino sopra l’aprire la porta in vestaglia e pantofole scusandosi per il disordine nel salotto. Che ce voi fa’, porelli. Loro so’ fatti così.

Ma nella variante italiana, in teoria, gli eccessi dovrebbero essere più contenuti. Un po’ per il diverso orientamento culturale. E un po’ perché mi scelgo apposta gli show più paludati. Non sono affatto attratta dall’orrore hyperkitsch, al contrario. Non mi piacciono quelli che ruotano intorno alla variante del mio Grosso Grasso Matrimonio Greco. A me sconvolgono invece le spose che, sulla carta, dovrebbero rientrare nei percentili meno agghiaccianti della norma. Donne che, all’apparenza, un matrimonio gipsy non lo farebbero mai, e che al contrario hanno una ben precisa idea di eleganza raffinata.  Invece è in bocca a spose così che ho sentito dire delle frasi del tipo: ho trovato il mio principe azzurro. Oppure: ho sempre voluto un matrimonio da fiaba. Ma cos’è? Ma chi ti scrive i dialoghi? Solo questo per me rappresenta il pozzo senza fondo della volgarità più inaudita. Perché tutti i luoghi comuni e le frasi fatte mi indispettiscono, ma quelli relativi alla cultura matrimoniale li trovo i più perniciosi di tutti.

E sono sempre spose così quelle che godono all’idea di avere tutti gli occhi addosso mentre attraversano solennemente una navata indossando trionfi d’organza strascicanti, fedeli a un dress code fuori moda già ai tempi della Bohème, e che oltretutto evoca un modello di femmina docile, mansueta, e completamente asessuata. Che sarebbe senz’altro piaciuto a Innocenzo II nel XII secolo, ma che oggi francamente risulta un filino desueto.

Qual è il gusto dell’impupazzamento pastellato a meringa su sfondo di guglie e castelli? Quante feste in maschera hai dovuto tragicamente cannare nella tua infanzia, lasciando inutilmente a gualcire nell’armadio il tuo splendido costumino da Fatina delle Nevi, per aver conservato in età adulta l’insopprimibile desiderio di celebrarti nei parametri estetici in vigore a Paperopoli? E soprattutto, quante poche illusioni ti fai – dico in generale, nella vita – sulla possibilità di attirare gli sguardi sulla semplice base di quello che sei, di ciò che dici, dello spessore della tua intelligenza, della personalità, di ciò che ti rende diversa da tutte le altre, per sentire il bisogno di delegare questo incarico, una sola volta e per sempre, al circo Togni di Tutte le Cerimonie?

Non me lo spiego. Del resto lo dico sempre: le donne non le capisco. Le vorrei vedere in massa buttare tutto questo ciarpame fuori dalla finestra. E invece vedo che continuano ad alimentare i palinsesti da non saper più dove metterle.

Ma è colpa mia, lo so. Non mi obbliga mica nessuno a vedere certa roba. E di sicuro non me l’ha ordinato il dottore.

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Vigile come una vergine del deserto (1)

I test di ammissione all’università esercitano sempre un fascino perverso su di me, tant’è che ne scrivo praticamente tutti gli anni. Questa volta però c’è stata una significativa novità. Non nei test in sé, ma nella mia collocazione speculativa rispetto all’evento. Mi sono offerta di far parte delle commissioni di vigilanza, cosa che in precedenza avevo sempre rifiutato perché il ruolo della virago non mi piace.

Però mi sembrava che fosse arrivato il momento di accorrere in soccorso dell’istituzione per cui lavoro. Verso giugno, tutti gli anni, cominciano ad arrivare da parte dell’amministrazione dell’ateneo certe mail di tono talmente straziato, che è un attimo confonderle coi pezzi migliori di Mario Merola. Perché non possono obbligare il personale a prendere parte ai controlli, e si devono arrangiare con quanti aderiscono su base volontaria. Ma, specie per certe aree disciplinari, la gente non basta mai. E se i volontari sono insufficienti, devi prendere gente da fuori e pagarla di più. Quest’anno per medicina e chirurgia, solo a Padova, c’erano più di 3500 candidati per 700 posti. Non sono numeri trascurabili se devi accertarti che la selezione sia fatta davvero sulla base della qualità, e non della velocità di consultazione di un qualsiasi stronzo device elettronico che ormai è facilissimo nascondersi anche nelle mutande. Per cui, intrippata dalla commozione, stavolta ho detto si.

Per quest’anno però deve essere andata bene perché il giorno della convocazione per illustrare la procedura eravamo un esercito. Non credo ci fossero mano di 100 colleghi nell’aula. Siccome è una faccenda complicata, hanno opportunamente pensato di spiegarcela con cura prima di mandarci allo sbaraglio a presenziare alla selezione di quelle 3500 tortorelle con aspirazione da camice bianco, alcuni dei quali con ogni probabilità fra qualche anno cureranno anche me, o voi, o qualcuno dei nostri affetti più cari, per cui abbiamo tutti l’interesse a vigilare affinchè passino solo i migliori..

E sono successe un paio di cose interessanti. Una prima di cominciare. E una durante lo svolgimento. Ma la seconda ve la racconto dopo. La prima mi ha colpito perché è uno di quegli episodi che spiega alcune sfaccettature dell’italianità con limpida chiarezza da manuale, senza artifici retorici, e con la sola forza esplosiva della stronza esemplarità.

Il collega che dirige tutte le operazioni, e che era incaricato di spiegarcele, ha esordito dicendo che si scusava, che sapeva che forse era superfluo richiamare delle note di puro buon senso, e tuttavia, a causa di alcuni sgradevoli episodi verificatisi in passato, riteneva che non sarebbe stato del tutto inopportuno ripeterle. Una di quelle formule che servono a mitigare il senso di frustrazione che si scatena in un qualsiasi italiano medio-becero, quando viene richiamato al rispetto di norme di cui è necessario occultargli l’ovvietà, presentandogliele come atti di puro eroismo statale e parastatale, perché altrimenti c’è il rischio che si offenda. Per cui se gliele spieghi nei toni e nei modi che meriterebbe, esordendo magari con un più che opportuno: senti tu, testina di minchia, se ti azzardi un’altra volta ti faccio un culo quadro,  poi c’è il rischio che si risenta e se ne vada. E allora devi cercare di fargliele transitare sotto la dura madre con tutte le cure del caso per evitargli l’embolo.

Le norme erano effettivamente abbastanza scontate. Anche se, col senno di poi,  sono d’accordo anch’io che non è stato superfluo dargli una ripassata. Si chiedeva, visto che si tratta pur sempre di un’operazione di vigilanza, per esempio di vigilare. Non leggere il giornale. Non pippare a razzo sul tablet. Non scorticarsi il dito giocando a ruzzle sullo smartphone. Dare un’occhiata ai ragazzi, per evitare che copino e che parlino tra loro. Si chiedeva anche cortesemente, se per i colleghi non era troppo disturbo, di non aprire la schiscetta della parmigiana di melanzane fumante mentre i tapini sono costretti a rispondere a quesiti come quelli di quest’anno, che includevano domande del tipo nell’organismo femminile dove è presente il corpo di Barr? Che se tu tieni conto che a 19 anni hanno qualche problema anche a localizzare con buona approssimazione il clitoride, e non necessariamente solo i maschi, non ci metti molto a capire la portata dello sconcerto che crea una richiesta del genere, così come anche il fatto che l’alito di melanzana nell’aria non contribuisce ad acuire la loro capacità di discriminazione anatomica. Resistere insomma, strenuamente e a sprezzo del digiuno, per un’oretta e mezzo, senza avvertire la necessità di intripparsi con un panino farcito di mortadella spesso 5 centimetri coram populo. O anche di non assentarsi tutti insieme dall’aula. Andare in bagno a turno, per esempio. Tutte cose in qualche misura perfino imbarazzanti. Che però non erano scelte a caso. Erano state selezionate fra gli episodi realmente accaduti, per quanto si stenti a crederlo.

Lì per lì ho stentato anch’io. Finché non ho visto una collega seduta davanti a me, che per grazia del Signore non avevo mai incontrato prima in vita mia, che ha alzato la mano e ha cominciato a obiettare che non vedeva niente di male a mangiarsi un cracker, tanto più che i ragazzi per primi durante le prove mangiano e bevono. E fin qui nessuno le ha dato torto apertis verbis. Compreso il collega che dirigeva l’assemblea, e che ha precisato che intendeva solo avanzare un richiamo per contenere gli eccessi. Un cracker si può senz’altro mangiare, se proprio si avverte il tracollo glicemico inarrestabile. Ma, volendo, nulla impedisce di mangiarselo fuori dall’aula, dandosi appunto il turno con i colleghi che restano dentro. Parole dopo le quali ho pensato che l’argomento, che non era certo prioritario rispetto alla comprensione della procedura per la quale eravamo stati convocati, e su cui fino a quel momento non era stata detta una sola parola, fosse chiuso lì. Mi sbagliavo.

Perché la collega ha rialzato la mano una seconda volta e ha piantato una pippa di un quarto d’ora, in un’assemblea di cento persone adulte e vaccinate, per insistere a propugnare il suo Free Bakery Act, dettagliando che certe persone si svegliano prestissimo la mattina per essere presenti e puntuali alle prove di ammissione, e che lei, vivaddio, rivendicava la legittimità del suo cracker e non voleva sentirsi defraudata dei sacrosanti diritti epatici garantiti dalla Carta Costituzionale da un branco di colleghi comunisti quasi certamente etoerodiretti dalla stampa straniera di regime, essendo disposta all’occorrenza anche a presentare una protesta formale a Strasburgo. Occhei, quest’ultima frase non l’ha detta proprio così. Ma il senso era quello. E la pippa l’ha piantata davvero.

E’ un piccolo episodio, sia chiaro. Eppure mi ha evocato immediatamente il peloso sindacalismo d’accatto che è una caratteristica essenziale dell’essere italiani. Perché sono certa che la collega era perfettamente in grado di resistere senza mangiare per 100 minuti, non era quello il punto. Il punto era la necessità di piantare a tutti i costi un paletto ideologico. Quel genere di protesta sterile che s’attacca coi ramponi da ferrata alla più stronza questione di principio, senza curarsi minimamente di ciò che devasta e disintegra mentre si arrampica. La polemica che seppellisce il buon senso in nome della forma, e che sacrifica le verità sensibili e condivise in coscienza, al rispetto del cavillo ortodosso iscritto sulle tavole della legge, senza curarsi del male che fa, ontologizzando il Principio a scapito della Vita. Come se avesse senso rispettare le Idee prima delle persone da cui e per cui le idee sono state pensate. Come se la vita fosse una questione platonica invece che una faccenda di carne, sangue, riso e lacrime. Come se l’esistenza si riducesse a un affare di bella calligrafia invece che di contenuti.

La cosa confortante però è stata un’altra. Nessuno, o quasi nessuno, le è andato dietro. Magari sembra ovvio, o comunque poca cosa. Ma io sono italiana. E tutto sommato mi pare di avere portato a casa un buon risultato.

To be continued…

Conoscenze sapienziali

La quantità di studenti che arriva in biblioteca senza portarsi dietro una penna sovverte tutte le statistiche di verosimiglianza. Lo so perché me ne vengono a chiedere una. Non una volta alla settimana. Due volte al giorno. Mediamente.

Non so. Sarà che io potrei uscire di casa più verosimilmente senza mutande che senza una penna. Però mi sorprendo perché il mondo adulto è un posto sempre più cupo e difficile da decodificare. Loro sono sulla soglia, senza averla ancora attraversata.

Adesso non dico che sicuramente ti dovrai imbattere in Sauron l’Oscuro Signore. Però porca zozza se non ti ricordi manco la penna per venire in biblioteca, per stenderti come una piadina non occorrerà Sauron. Basterà topo Gigio. E allora dillo subito che non ce la puoi fare. Che così almeno ti preservi il fegato. Ed è tutto di guadagnato per il servizio sanitario nazionale.

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