Il Queer leader

Adesso esce fuori che gli piacciono i gay. Dico al leader dell’opposizione col toupè trapiantato. Ieri sera ho sentito anche l’intervista a Feltri ortogonalmente allineato col capo, che si pronunciava in favore dei diritti degli omosessuali con la stessa naturalezza di uno che mastichi cartone mescolato a calcestruzzo. Sembrava una di quelle dichiarazioni rese dagli ostaggi occidentali catturati in qualche lembo d’Africa o d’Arabia da gruppi più o meno simpaticamente affiliati ad Al Quaeda. Con un po’ d’attenzione, sullo sfondo dello studio, intravedevi in controluce il miliziano col machete che alla prima svista gli avrebbe fatto saltare il coppino tipo Mastro Titta al pieno della forma.

Insomma la linea di partito ora pare essere quella. Entusiasmo a mille. Parità di diritti. LGBT proud. E semo tutti froci e l’amo sempre saputo, cheteccredi?

Non ne capisco abbastanza di politica per immaginare perché ora gli convenga questa linea, ma stento a credere che sia spontanea, come ogni altra cosa che ha detto o che ha fatto, ad eccezione dei soli pregiudizi veterotestamentari innati. Quella è proprio roba sua, automatismi inconsci e alleli reazionari che s’è portato dietro per via ereditaria dai tempi del nonno del nonno di suo nonno. Qualsiasi altra cosa invece è frutto di calcolo politico, per cui immagino che nemmeno questa faccia eccezione.

Va bene, stiamo a vedere cosa succede. Hai visto mai che da una verità che non ha fatto altro che invalidare con ogni cosa che ha detto negli ultimi vent’anni, non esca fuori per miracolo qualcosa di buono. Visto che una volta tanto quel che coincide con i suoi interessi del tutto incidentalmente risulta essere anche una sacrosanto principio di civiltà. Non che ci creda davvero. Sarà per l’appunto solo fuffa mediatica per buttarla in vacca. Ma insomma, certe volte succede.

L’ottimismo è comunque un dovere civile. Spesso l’ultimo che resta possibile praticare. Quindi teniamocelo caro.

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Canederli e papere

La Biancofiore ha scritto le sue memorie. Duecentosessantacinque pagine. A 44 anni. Se credete, posso ripeterlo in ordine diverso: A 44 anni. La Biancofiore ha scritto le sue memorie. Duecentosessantacinque pagine. Ma non è che cambi molto.  Non esiste variante a chiasmo che attenui l’orrore.

M’è venuto proprio spontaneo pensare a Marcel. A quest’ora ormai sicuramente noto come la centrifuga del Père Lachaise. Se siete devoti al culto del maestro e avete mai considerato l’ipotesi di un pellegrinaggio alla sua tomba, vi conviene affrettarvi. Perché alla velocità a cui lo immagino rullare, tra un paio di settimane garantito al limone che è in Cina.

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How Berlusconi keeps his face: A neuropsychological study in a case of semantic dementia. Mondini, Sara; Semenza, Carlo, Cortex: A Journal Devoted to the Study of the Nervous System and Behavior. Vol.42(3), 2006, pp. 332-335.

A patient (V.Z.) is described as being affected by progressive bilateral atrophy of the mesial temporal lobes resulting in semantic dementia. Vis-a-vis virtually nil recognition of even the most familiar faces (including those of her closest relatives) as well as of objects and animals, V.Z. could nevertheless consistently recognize and name the face of Silvio Berlusconi, the mass media tycoon and current Italian Prime Minister. The experimental investigation led to the conclusion that Mr Berlusconi’s face was seen as an icon rather than as a face. This telling effect of Mr Berlusconi’s pervasive propaganda constitutes an unprecedented case in the neuropsychological literature. (PsycINFO Database Record (c) 2012 APA, all rights reserved) (journal abstract).

Guardate che le implicazioni sono fenomenali. L’ex cavaliere dudista ormai è penetrato nel nostro inconscio collettivo. Lo dice la ricerca scientifica internazionale.

Se fosse vivo Jung nel pieno dell’elaborazione della teoria degli archetipi universali, scommetto che piuttosto che portarla a compimento si sarebbe suicidato.

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Suspicious mind

Non so se siete al corrente dell’episodio storico che ha dato origine al detto neanche un sospetto deve gravare sulla moglie di Cesare. In caso negativo, c’è qui la vostra Middle che tra le altre cose è una vera autorità in tema di gossip sullo sfondo del foro romano, nei cento anni compresi tra la metà del primo secolo avanti, e la metà del primo secolo dopo Cristo. Se volete sapere chi trombava con chi e quali letti foresti andavano per la maggiore all’alba del primo millennio, non avete che da chiedere. Pensate a me come alla redazione archeologica di Novella 2000, e siete a posto.

Dunque le cose andarono così. Come forse saprete, Giulio Cesare venne nominato pontifex maximus giovanissimo, a 16 anni di età circa, da Mario. Il pontifex era la massima autorità religiosa dello stato romano, e ricoprire la carica, che era vitalizia, rappresentava prima di ogni altra cosa un bello sfrantecamento di maroni, perché in via del tutto teorica implicava anche il rispetto di una serie di norme di morigeratezza – dal vitto all’abbigliamento, per non parlare dei costumi sessuali – che si adattavano a Cesare quanto a un essere mitologico con la panza di Ferrara, l’outfit di Giannino e l’uccello di Berlusconi. Cesare e quella carica lì erano lievemente antitetici. Ma insomma le cose andarono così, perché così decise Mario in un’epoca in cui lui era legge, e Cesare se la mise in tasca scegliendo molto opportunamente di sbattersene alla grandissima e fare comunque il cazzo che gli pareva, pontificato o no. Per cui, fatte salve quelle due o tre occasioni all’anno in cui presenziava a pubbliche cerimonie, altro non faceva. Una cosa si, però, perché si vede che gli tornava comoda benché si fosse in un’età precedente all’imposizione dell’IMU. Risiedeva nella dimora pubblica del pontifex, che era sulla Via Sacra nel foro – sta lì anche adesso per la verità, almeno quel che ne rimane –  ai piedi della Velia, di fronte al tempio di Vesta visto che il ruolo del pontifex era anche quello di custode delle Vestali.

Una volta l’anno si celebrava a Roma la festa della Bona Dea, una divinità sacra e antichissima di molto precedente alle divinità olimpiche, che aveva la caratteristica di avere un culto esclusivamente femminile. La cerimonia era notturna e suggestiva. Suonava arcaica perfino per quei tempi. Dal tramonto all’alba tutte le donne di Roma, patrizie e plebee, si univano cantando e attingendo dal fuoco sacro e benedetto la fiamma che poi avrebbero riportato nel proprio focolare. Nessun uomo poteva partecipare ai festeggiamenti, per nessunissima ragione, a pena di grave sacrilegio. Nemmeno il pontifex poteva esserci. Per cui la notte prevista per il rito, lui e tutta la servitù insieme con il parentado di sesso maschile, dovevano togliersi dalle balle e chiedere ospitalità per la notte a qualcuno su un divano-letto tipo Hagalund, perché a casa non potevano stare. Una situazione di vero disagio, specie si considerate che all’epoca nemmeno uno dei due centri Ikea di Roma era stato ancora edificato. La cerimonia era tradizionalmente presenziata dalla moglie del pontifex, che aveva il sesso giusto per assumerne il comando.

Insomma nella notte fra il 4 e il 5 dicembre del 61 a.C. in occasione della festa, Cesare lasciò la casa con tutto il servitorame e le donne rimasero sole. C’era a quei tempi in città un giovanotto che tutte conoscevano. Si chiamava Clodio, era di famiglia nobilissima, e siccome era sveglio ma anche incommensurabilmente cazzone e aveva un forte gusto per la provocazione, decise che voleva a tutti i costi sapere che cacchio succedeva durante questi festeggiamenti a cui gli era proibitissimo partecipare. Proprio non ci voleva stare all’idea di essere escluso dal gioco. Era un tipo sobrio, fate conto sul genere Lapo Elkann senza la 500 pied-de-poul. Forse un po’ più intelligente. Cosa che comunque non gli impedì qualche anno dopo di farsi ammazzare per strada in tafferugli di piazza. E perché non crediate che mentivo quando me la tiravo con le mie competenze sul gossip archeologico, aggiungerò che era anche fratello della Clodia di Catullo. Clodia/Lesbia, dico. Avete presente, no? Dami basia mille deinde altera centum. Quella bella gnoccolona che gliela diede una volta o due e poi lo scaricò come facevano sempre tutti con tutti a Roma a quei tempi e a quei livelli della scala sociale. Ma siccome il ragazzo veniva dalla pianura padana, all’epoca abitata evidentemente solo da solide mungitrici di mucche cimbre e e celtiche che non te la davano con facilità – da cui suppongo la sua iniziale gratitudine per Clodia – ma che se te la davano poi pretendevano che te la tenessi per tutta la vita, lui ci rimase male, perché forse non era abituato, e ci pianse su amare lacrime per anni e annorum, e noi con lui per i successivi 20 secoli, che non sono mica pochi se ci pensate.

Ma torniamo a noi. Insomma Clodio si travestì da donna e si infilò alla festa. Per dovere di cronaca dovrei aggiungere che secondo la pubblica fama era anche l’amante della moglie di Cesare, all’epoca la seconda, che si chiamava Pompea Silla, e che quindi forse, già che si trovava lì, non gli dispiaceva troppo l’idea di prendersi un passaggio al volo. Però insomma non stiamo a sottilizzare, perché sottilizzare a Roma su certe cose a quell’epoca sarebbe davvero anacronistico. Saltare da un letto all’altro era un’attività talmente diffusa da rasentare lo sport acrobatico. Come avevo premesso, Cesare per primo era campione assoluto in tutte le categorie: donne, uomini e animali da cortile. Credo che lo facessero anche scambiandosi di letto direttamente dalle finestre, tipo un-due-tre-pronti-eeeee-cambio, per cui. Fatto sta comunque che una volta intrufolatosi in casa, in cinque minuti malgrado il verosimile casino che doveva esserci, venne riconosciuto e scoperto, tra l’altro proprio dalla suocera di Pompea, cioé la madre di Cesare. Perché il giorno che t’alzi col piede sbagliato, le sfighe ti piovono addosso in regolare sequenza, e non te lo devi dimenticare.

Il giorno dopo a Roma non si parlava d’altro. Scandalo, abominio e dannazione. Mai s’era sentito un uomo intrufolato alla festa della Bona Dea. Cesare venne immediatamente informato dei fatti e il tempo di alzare il telefono e chiamare il suo avvocato, aveva già consegnato tutta la documentazione per il divorzio. A quelli che cercarono di farlo riflettere sul fatto che, sebbene non fosse gradevole l’idea di un uomo nella sua casa in una notte in cui lui era assente, tuttavia era prematuro inferire che Pompea dovesse essere al corrente della decisione di Clodio, Cesare rispose con la fatidica sentenza: nemmeno un sospetto deve gravare sulla moglie di Cesare.

A conferma della posizione di principio, non testimoniò contro di lei al processo e riaffermò sempre anche in seguito la convinzione che Pompea fosse innocente. Non era perché a titolo personale non le credeva, era perché nemmeno un sospetto doveva gravare su sua moglie, appunto. Non solo non doveva averne lui, che non ne aveva. Ma non dovevano averne nemmeno gli altri.

Ho ripensato a questa storia riflettendo sulle implicazione di quest’ennesimo scandalo che è perfino ridicolo nella sua sguaiataggine. Quello della Cancellieri, dico. Che alla fine non ti smuove nemmeno più. Non perché non sia grave. Ma perché a questo punto sull’indignazione siamo un po’ tutti in riserva, nel senso che siccome non sai mai quanto ancora scaveremo verso il basso, qualcosa te la tieni dentro perché già sai che ti servirà, e ti servirà prestissimo.

Pensavo infine che questa sentenza, che ho sentito evocare da qualcuno in appendice alla vicenda, non è stata motivazione sufficiente per spingere verso le dimissioni di nessuno. La Cancellieri non le ha offerte, ma è anche vero che nessuno, a parte sparuti gruppuscoli dell’opposizione, gliele ha seriamente richieste. Possiamo insomma affermare con serenità che ormai i sospetti sulla moglie di Cesare o sull’amica di famiglia di Ligresti non costituiscono più un problema per nessuno. Ed è consolatorio sapere che dall’età protoimperiale ad oggi abbiamo fatto tanti bei progressi.

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Vigile come una vergine del deserto (1)

I test di ammissione all’università esercitano sempre un fascino perverso su di me, tant’è che ne scrivo praticamente tutti gli anni. Questa volta però c’è stata una significativa novità. Non nei test in sé, ma nella mia collocazione speculativa rispetto all’evento. Mi sono offerta di far parte delle commissioni di vigilanza, cosa che in precedenza avevo sempre rifiutato perché il ruolo della virago non mi piace.

Però mi sembrava che fosse arrivato il momento di accorrere in soccorso dell’istituzione per cui lavoro. Verso giugno, tutti gli anni, cominciano ad arrivare da parte dell’amministrazione dell’ateneo certe mail di tono talmente straziato, che è un attimo confonderle coi pezzi migliori di Mario Merola. Perché non possono obbligare il personale a prendere parte ai controlli, e si devono arrangiare con quanti aderiscono su base volontaria. Ma, specie per certe aree disciplinari, la gente non basta mai. E se i volontari sono insufficienti, devi prendere gente da fuori e pagarla di più. Quest’anno per medicina e chirurgia, solo a Padova, c’erano più di 3500 candidati per 700 posti. Non sono numeri trascurabili se devi accertarti che la selezione sia fatta davvero sulla base della qualità, e non della velocità di consultazione di un qualsiasi stronzo device elettronico che ormai è facilissimo nascondersi anche nelle mutande. Per cui, intrippata dalla commozione, stavolta ho detto si.

Per quest’anno però deve essere andata bene perché il giorno della convocazione per illustrare la procedura eravamo un esercito. Non credo ci fossero mano di 100 colleghi nell’aula. Siccome è una faccenda complicata, hanno opportunamente pensato di spiegarcela con cura prima di mandarci allo sbaraglio a presenziare alla selezione di quelle 3500 tortorelle con aspirazione da camice bianco, alcuni dei quali con ogni probabilità fra qualche anno cureranno anche me, o voi, o qualcuno dei nostri affetti più cari, per cui abbiamo tutti l’interesse a vigilare affinchè passino solo i migliori..

E sono successe un paio di cose interessanti. Una prima di cominciare. E una durante lo svolgimento. Ma la seconda ve la racconto dopo. La prima mi ha colpito perché è uno di quegli episodi che spiega alcune sfaccettature dell’italianità con limpida chiarezza da manuale, senza artifici retorici, e con la sola forza esplosiva della stronza esemplarità.

Il collega che dirige tutte le operazioni, e che era incaricato di spiegarcele, ha esordito dicendo che si scusava, che sapeva che forse era superfluo richiamare delle note di puro buon senso, e tuttavia, a causa di alcuni sgradevoli episodi verificatisi in passato, riteneva che non sarebbe stato del tutto inopportuno ripeterle. Una di quelle formule che servono a mitigare il senso di frustrazione che si scatena in un qualsiasi italiano medio-becero, quando viene richiamato al rispetto di norme di cui è necessario occultargli l’ovvietà, presentandogliele come atti di puro eroismo statale e parastatale, perché altrimenti c’è il rischio che si offenda. Per cui se gliele spieghi nei toni e nei modi che meriterebbe, esordendo magari con un più che opportuno: senti tu, testina di minchia, se ti azzardi un’altra volta ti faccio un culo quadro,  poi c’è il rischio che si risenta e se ne vada. E allora devi cercare di fargliele transitare sotto la dura madre con tutte le cure del caso per evitargli l’embolo.

Le norme erano effettivamente abbastanza scontate. Anche se, col senno di poi,  sono d’accordo anch’io che non è stato superfluo dargli una ripassata. Si chiedeva, visto che si tratta pur sempre di un’operazione di vigilanza, per esempio di vigilare. Non leggere il giornale. Non pippare a razzo sul tablet. Non scorticarsi il dito giocando a ruzzle sullo smartphone. Dare un’occhiata ai ragazzi, per evitare che copino e che parlino tra loro. Si chiedeva anche cortesemente, se per i colleghi non era troppo disturbo, di non aprire la schiscetta della parmigiana di melanzane fumante mentre i tapini sono costretti a rispondere a quesiti come quelli di quest’anno, che includevano domande del tipo nell’organismo femminile dove è presente il corpo di Barr? Che se tu tieni conto che a 19 anni hanno qualche problema anche a localizzare con buona approssimazione il clitoride, e non necessariamente solo i maschi, non ci metti molto a capire la portata dello sconcerto che crea una richiesta del genere, così come anche il fatto che l’alito di melanzana nell’aria non contribuisce ad acuire la loro capacità di discriminazione anatomica. Resistere insomma, strenuamente e a sprezzo del digiuno, per un’oretta e mezzo, senza avvertire la necessità di intripparsi con un panino farcito di mortadella spesso 5 centimetri coram populo. O anche di non assentarsi tutti insieme dall’aula. Andare in bagno a turno, per esempio. Tutte cose in qualche misura perfino imbarazzanti. Che però non erano scelte a caso. Erano state selezionate fra gli episodi realmente accaduti, per quanto si stenti a crederlo.

Lì per lì ho stentato anch’io. Finché non ho visto una collega seduta davanti a me, che per grazia del Signore non avevo mai incontrato prima in vita mia, che ha alzato la mano e ha cominciato a obiettare che non vedeva niente di male a mangiarsi un cracker, tanto più che i ragazzi per primi durante le prove mangiano e bevono. E fin qui nessuno le ha dato torto apertis verbis. Compreso il collega che dirigeva l’assemblea, e che ha precisato che intendeva solo avanzare un richiamo per contenere gli eccessi. Un cracker si può senz’altro mangiare, se proprio si avverte il tracollo glicemico inarrestabile. Ma, volendo, nulla impedisce di mangiarselo fuori dall’aula, dandosi appunto il turno con i colleghi che restano dentro. Parole dopo le quali ho pensato che l’argomento, che non era certo prioritario rispetto alla comprensione della procedura per la quale eravamo stati convocati, e su cui fino a quel momento non era stata detta una sola parola, fosse chiuso lì. Mi sbagliavo.

Perché la collega ha rialzato la mano una seconda volta e ha piantato una pippa di un quarto d’ora, in un’assemblea di cento persone adulte e vaccinate, per insistere a propugnare il suo Free Bakery Act, dettagliando che certe persone si svegliano prestissimo la mattina per essere presenti e puntuali alle prove di ammissione, e che lei, vivaddio, rivendicava la legittimità del suo cracker e non voleva sentirsi defraudata dei sacrosanti diritti epatici garantiti dalla Carta Costituzionale da un branco di colleghi comunisti quasi certamente etoerodiretti dalla stampa straniera di regime, essendo disposta all’occorrenza anche a presentare una protesta formale a Strasburgo. Occhei, quest’ultima frase non l’ha detta proprio così. Ma il senso era quello. E la pippa l’ha piantata davvero.

E’ un piccolo episodio, sia chiaro. Eppure mi ha evocato immediatamente il peloso sindacalismo d’accatto che è una caratteristica essenziale dell’essere italiani. Perché sono certa che la collega era perfettamente in grado di resistere senza mangiare per 100 minuti, non era quello il punto. Il punto era la necessità di piantare a tutti i costi un paletto ideologico. Quel genere di protesta sterile che s’attacca coi ramponi da ferrata alla più stronza questione di principio, senza curarsi minimamente di ciò che devasta e disintegra mentre si arrampica. La polemica che seppellisce il buon senso in nome della forma, e che sacrifica le verità sensibili e condivise in coscienza, al rispetto del cavillo ortodosso iscritto sulle tavole della legge, senza curarsi del male che fa, ontologizzando il Principio a scapito della Vita. Come se avesse senso rispettare le Idee prima delle persone da cui e per cui le idee sono state pensate. Come se la vita fosse una questione platonica invece che una faccenda di carne, sangue, riso e lacrime. Come se l’esistenza si riducesse a un affare di bella calligrafia invece che di contenuti.

La cosa confortante però è stata un’altra. Nessuno, o quasi nessuno, le è andato dietro. Magari sembra ovvio, o comunque poca cosa. Ma io sono italiana. E tutto sommato mi pare di avere portato a casa un buon risultato.

To be continued…

La vendetta del caduto

Emilio si lamenta dell’ingratitudine umana. Ne ha beneficiati tanti lui, dice, quando ancora frequentava un bel giro di personcine fini e di classe. Le cene eleganti di Arcore, ah, che tempi che erano quelli. E che brutta cosa l’invidia.

E’ il costante refrain degli squallidi caduti nella polvere. Manco in questo sapete esercitare un minimo di originalità. Quando sei una merda integrale priva di qualsiasi valore perfino sul mercato delle merde, ma hai il talento di leccare il culo giusto al momento giusto, è possibile che ti ritrovi proiettato per un periodo più o meno lungo in vetta alle cime della popolarità buzzicona e trucida. E senza che per un solo momento ti sfiori il sospetto che tutto si debba al puro caso, e a quell’unico talento di lingua guizzante in soccorso del vincitore che ti piace tanto praticare. Ci metti niente a convincerti che il premio non è altro che il giusto compenso per le qualità che hai sempre saputo di avere.

Tanto più si accresce la convinzione del tuo valore personale e del tuo potere, tanto più godi all’idea di esercitarlo in ogni possibile forma. Per cui in effetti è vero, in un certo modo perverso, è anche possibile che nella scalata del tuo cursus honorum tu faccia dei favori a qualcuno. Che vanno inquadrati nel puro godimento estetico che ricavi nell’esercizio della mediocrità al potere, e non certo perché sei la succursale laida di madre Teresa di Calcutta.

Poi arriva il tempo della caduta – nel tuo caso nient’affatto ripida o scoscesa, e non dovresti dimenticarlo, Emilio: restano i soldi, gli agi, le comodità; resta l’impossibilità di cacciarti in galera data i sopravvenuti limiti di età – e tutti ti restituiscono solo quel che tu hai donato negli anni esercitando il tuo peloso mecenatismo della gnocca: il senso della loro nullità esistenziale.

E questa cosa tu la chiami bieca ingratitudine. Be’, bisogna che ti abitui, Emilio. Le amicizie te le sei scelte tu, che sei uomo di mondo. Avresti dovuto conoscerli meglio di me. Non sono personcine ammodo e rispettabili. Sono squali e serpenti a sonagli. E se hai deciso consapevolmente di entrare nella gabbia, ora non hai motivo di lamentarti perché non ti ritrovi circondato dai peluches.

Il cliente ha le sue ragioni

Sono disposta ad acquistare qualsiasi prodotto di bellezza che non venga pubblicizzato tramite spot in cui si fa ricorso all’avverbio ‘visibilmente’. Questo perché  ‘visibilmente’ mi fa capire senza equivoci che il produttore ha la ragionevole sicurezza che ogni potenziale acquirente – tipo me – sia una completa imbecille. E non così, a caso, come auspicio generico. Nossignore. Lo fanno sulla base di precise ricerche di mercato. E queste sono cose che dispiacciono.