Quando uno sa scrivere, sa scrivere

Se non avete ancora letto questo libro, il mio suggerimento è di colmare immediatamente la lacuna.karoo

 

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Porco il mondo che c’ho sotto i piedi

Quello che ho davvero adorato in quest’uomo non è stato ciò che ha fatto, perché secondo me non gli è riuscito tutto bene nello stesso modo. Anche se adesso va di moda dire il contrario in omaggio alla famosa teoria del controtempo postumo che è la patria del luogo comune di ritorno. In vita devi dirne spesso male e in morte sempre bene. Sembra sia un atto di generosità a favore del morto, e invece è solo l’ultima volta che ti servi di lui per vivere di popolarità riflessa. Il solo concetto che ti interessa far passare è che tu sei l’unico ad averci visto lungo dicendone mirabilia anche in tempi non sospetti.

Per me il comico è stato eccezionale. Sull’autore di testi non mi pronuncio perché non ne conosco quasi nessuna. L’attore era modestamente efficace, sopratutto perché aveva una faccia espressiva. Però il corpo non aveva presenza scenica, e anche la voce non era granché. Come scrittore ho letto solo Io uccido, e l’ho trovato tremendo. Scritto coi piedi su una trama fasulla e con voragini allusive imbarazzanti (ancora mi ricordo la descrizione della statua ellenica come pezzo d’arte pregiato in un villone di lusso: ma che è una statua ellenica? Ellenistica, magari, forse? E no, non è la stessa cosa. La verità, vi prego, sulla storia dell’arte).

Ma non c’è stato un solo momento in cui ce l’abbia avuta con lui, e per tre ragioni.

La prima è che di tutte le sue incredibili fortune è sempre stato grato. Mai una volta l’ho sentito dire una mezza parola di pomposo autocompiacimento, manco quando D’Orrico gli metteva il faccione in copertina con su scritto Il Più Grande Scrittore Italiano.

La seconda è che si è goduto tutte le fortune che gli sono capitate senza annacquarle nei rivoli delle tristezze paraesistenzialiste di tanti artistoni preoccupati di derogare al dogma dell’infelicità. Gli intellettuali non possono essere felici, maccherscherzi, sennò fanno una figura di merda.

E la terza è che ha vissuto la vita che ha voluto provando a fare tutto quello che gli è passato per la testa senza farsi spaventare da niente e da nessuno. Così, per il gusto di farlo.

Che se avessi figli e dovessi dargli un solo e unico comandamento, sarebbe esattamente questo. E non avrebbero bisogno d’altro.

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Mi ricorda qualcosa

Ok, lo ammetto, ho visto anche White House Down. E ovviamente non perdo tempo a chiedermi come sia stato possibile fare in tempi così brevi due film assolutamente identici – l’altro è ovviamente Olympus has fallen – nei contenuti, nella sostanza, ma soprattutto nel fatto di essere due puttanate iperstellari. Se proprio vi punge vaghezza di produrre cazzate fritte e rifritte, non sarebbe buona idea almeno centellinarle semel in biennio? Evidentemente no, perché ce le hanno ammanite in sequenza proprio una dietro l’altra.

Piuttosto, se proprio devo perdere tempo a farmi una domanda, mi chiedo come sia stato possibile che Emmerich, partendo da una cosina in fondo graziosa come Indipendence Day, sia riuscito a coprire tutta la parabola che collega la gustosa presa per il culo dell’immaginario patriottico americano, alla più bovina acquiescenza a stereotipi cupi e reazionari.

Perché Will Smith che prende a cazzotti il baccellone rugoso nel pieno deserto del Nevada io l’avevo trovato davvero riuscito.

 

Con questo non voglio dire di essermelo goduto come quella chicca di Mars Attacks! ma di sicuro mi aveva divertito più di questa merda a salve, troppo reazionaria perfino per avere il coraggio di essere dichiaratamente splatter.

Noto per inciso che in linea di principio i presidenti ficticious nel genere action movie che il cinema americano mette insieme da almeno 30 anni a questa parte – Harrison Ford, Bill Pullman, Aaron Eckart, William Hurt – sono tutti bianchi tra i 40 e i 50, wasp, bellocci, tonici, biondo cenere, e col capello inamidato a tettoia tipo America Graffiti.  Ma il modello iconografico sotteso è JFK o Big Jim?

Ad ogni modo almeno sotto questo profilo White House Down rappresenta pur sempre una minuscola evoluzione, no? Il presidente è tra i 40 e i 50, belloccio, tonico e col capello inamidato a tettotia che non si scompone di un pelo dalla prima all’ultima esplosione di materiale radioattivo in due ore di film. Parrucchieri coi controcazzi, alla White House. Ma almeno la nuance del capello non è biondo cenere. Per non parlare di quelle dell’incarnato che vira parecchio al gianduia.

Procedendo di questo passo, vedrai che prima o poi un filo di autoironia gli scappa fuori di sicuro.

 

Remembering Chinaski

L’ho detto che adesso passerò di qui più spesso, vero? Bon, siete avvisati.

Ecco, a me quest’intervista ha proprio commosso. Mi ha sempre fatto una tenerezza inaudita, Bukowski. Da grande. Da ragazzina no, lo temevo. Vengo da qul tipo di cotè sociale che spinge ad osservare di sottecchi e con timore un uomo così.

Poi crescendo ho capito quanto c’era di tenero, delicato e disarmante. Al limite perfino a prescindere da quello che ha scritto. Basta guardarlo in faccia.

Oggi, se il dio degli scrittori me lo facesse incontrare nel setting più opportuno, diciamo una seduta spiritica, l’unica cosa che vorrei fare è stringerlo forte in un abbraccio di pancia, di quelli in cui due corpi coincidono dall’altezza del pube a quella del cuore senza nessuna distanza protettiva.

Dite che un fantasma non si può abbracciare? E che ne sapete voi, di quello che riuscirei a fare io, se solo ne avessi l’opportunità?

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Semel in anno

Non so se ne siete al corrente ma questo blog, quando azzarda la critica cinematografica, lo fa sempre sotto tutela dei genitori putativi. Che nel caso specifico sono il Dantés e la Poison, papà e mammà. Perché loro di cinema ne sorbiscono a carrettate, mentre io mi accontento di quel che passa il convento, un po’ per limiti geografici e culturali, e un po’ per altre ristrettezze familiari con cui non vi annoio. Sappiate solo che, dipendesse da me, il dramma esistenziale sudcoreano con sottotitoli in francese si potrebbe vedere serenamente, perfino con un certo gusto, ché io avrei anche l’ortodossa inclinazione culturale per certe cosette. Ma all’atto pratico devo sceglire: o Kim Ki-Duk o mio marito. E sono cose.

Insomma ieri ho visto Il Capitale Umano, e come sempre per prima cosa sono andata a verificare cosa ne pensavano i molti onorevoli genitori. Perché quando esce fuori che non sono d’accordo con loro, la differenza di vedute la patisco sempre tanto. Ma stavolta, per un felice allineamento celeste e planetario, siamo tutti lietamente concordi su un parere positivo. E badate che dipende proprio dal film, ché in questi ultimi tempi a me Virzì umanamente è diventato anche abbastanza indigesto. Perché non mi è piaciuta la sparatona acida che ha fatto al festival di Torino. Ma lasciamo perdere.

La premessa è sempre la stessa. È cinema italiano. E di cinema italiano in grado di mettere in piedi una sceneggiatura così solida non se ne vede a carrettate, signori miei.  Una storia che fila dritta sulle rotaie senza sbavature. In cui, a parte qualche piccolissimo dettaglio, ogni dannato personaggio, anche quelli minori, ha una sua quadratura esistenziale in cui i conti tornano fino al centesimo. Per non parlare degli attori, che recitano tutti, dal primo all’ultimo, e lo fanno bene, altra cosa davvero inconsueta. Perché che Bentivoglio sia bravo in qualsiasi cosa fa, oppure Gifuni, vabbè, grazie tante, lo sappiamo tutti. Ma se perfino Bebo Storti, che avrà 3 inquadrature in tutto, mi delinea con tanta efficacia un  personaggio del tutto minore, e be’ allora vuol dire che c’è stata cura dei dettagli. Attenzione nelle cose. E amore per la storia. Che sono gli unici comandamenti davvero importanti per fare una robetta come Dio comanda.

Su una cosa sola non sono d’accordo con papà, però. Quando dice che il finale è buonista. Mi ha fatto pensare a una cosa che lessi molti anni fa su Capra e La vita è meravigliosa. Un film che, se le rievochi in linee generali, specie nel suo fantasmagorico finale, saresti portato a pensare che sia a lieto fine. E invece se ci pensi non lo è. Perché il cattivo non viene punito per l’azione ignobile che ha compiuto. E George Bayley si salva solo per la benevolenza di chi gli vuol bene, una sorta di elemosina collettiva, non perché la sua sostanziale onestà lo mette al riparo dai guai. In Capra i cattivi restano cattivi, e non c’è alcuna vendetta divina che rimetta a posto le cose.

Che è poi sostanzialmente quel che si può dire anche di questo film. Non finisce bene. Chi rubava, vendeva, frodava e arricchiva sulle spalle degli altri, continua a farlo anche dopo. Il più laido di tutti, Bentivoglio, ottiene tutto quello che aveva sempre voluto nelle sua meschina e miserevole ambizione, e lo ottiene sulla pelle della figlia, di cui, per quel che ne sappiamo, magari non perde neppure l’affetto, perché nulla in fondo lo obbliga a rivelare di averla tradita.

Alla fine direi che è un film che porta con sè un messaggio molto zen. E cioé che per cambiare il mondo è inutile sperare  nella rivoluzione. Quella sociale e collettiva, almeno. Perché il mondo non cambia mai, termidoro o meno. Appena la polvere si deposita a terra, le cose tornano esattamente com’erano prima, magari anche peggio. L’unica cosa che puoi sperare che cambi è il tuo atteggiamento interiore rispetto a ciò che accade. Avere la forza per dire: ok, è successo. È successo a me. Ho fatto una cazzata. Mi sono messo nei guai. Oppure ho ferito qualcuno che amavo. O anche ho perso tutto. Ma so chi sono. Conosco il nome delle persone che amo, conosco la forza di cui sono capace. Prendo fiato. Respiro. E lenatamente mi rialzo. Perché magari il villone non l’avrò mai, non ho abbastanza pelo sullo stomaco. Ma per quel che durerà la mia vita, tanto o poco che sia, saprò di avere amato, saprò che qualcuno mi ha voluto bene. Ed era solo questo in fondo che mi interessava.

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Avanti così

Nel corso di quest’ultimo mese, secondo gli accorti suggerimenti di Sky:

1. Ho visto Elysium

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2. Ho visto Olympus has fallen

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3. Ho visto Come un tuono

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Il secondo film in italiano ha un altro titolo, ma vattelapesca se me lo ricordo, per cui ve lo tenete così.

In totale fa: un Matt Damon, più un Gerard Butler, più un Bradley Cooper, più un Ryan Gosling. Che vuol dire non essere andati a risparmio. Le donne, as usual, ci sono nel senso che stanno lì a fare la maionese al lato del piatto e a smazzarsi le vagonate di merda nello spazio lasciato libero dai coprotagonisti maschili, che non è molto. A volte in via di metafora, come nel caso di Eva Mendes, a cui il destino cinico e baro sottrae anzitempo l’amato bastardo padre di suo figlio; a volte morendo prematuramente (non ho fatto in tempo a riconoscere Ashley Judd in veste di first lady e a dare di gomito a mio marito dicendogli – ehi, ma guarda chi si rivede! Questa erano anni che sembrava sparita! Chissà che fine aveva f… – che bum, finita. Era già morta stecchita precipitando nel fiume non senza prima avere inzaccherato con ampie chiazze di tessuto cerebrale tutta la limousine del presidente); e a volte in via  di mazzate, come nel caso del segretario di Stato Melissa Leo, che viene corcata senza tanti complimenti di fronte al cartonato presidenziale di Aaron Eckart. Aaron Eckart, nel film numero 2, recita la parte del presidente degli Stati Uniti , non di un faraone egizio. E tuttavia risulta indistinguibile da una mummia. E – se posso aprire un inciso – è un attore su cui continuo a farmi tanti domande. Caruccio, eh, porello. Per vendere assicurazioni o per fare il pastore pentecostale sarebbe un portento. Ma siccome per recitare è consigliabile poter articolare con un minimo di efficacia la propria muscolatura facciale, se uno proprio non ci riesce, perché insiste?

Ciò che accomuna le pellicole, oltre al fatto che sono state trasmesse in questi ultimi giorni da Sky, è che rappresentano efficacemente tre varianti della merda secca cinematografica.

1. Merda secca inoffensiva. All’occasione soporifera.

Di Elysium, dico la verità, ho visto solo i 20 minuti iniziali e i 20 finali. In the meanwhile me so’ fatta un sonnellino della madonna. Colpa mia? Colpa sua? Mah, non stiamo a indagare a rischio di dover essere ancora più crudeli. Forse tra i 3 è quello che mi è spiaciuto di meno. Ho trovato un po’ ardito trasferire in veste fantascientifica la riforma dell’Obamacare (ammaliamo i ricchi per curare i poveri..) ma insomma, nell’insieme, gliela potremmo anche perdonare.

2. Merda secca patriottica

Olympus has fallen invece è uno di quei film che gli americani devono fare all’incirca ogni lustro, perché sennò perdono l’identità. Non è più nemmeno un film, è un format. Del resto il titolo è un indicatore abbastanza programmatico. Hanno le idee piuttosto chiare sul luogo in cui ritengono che abbia sede la divinità. Questo genere di film serve – credo soprattutto a quella parte della popolazione americana che, com’è noto, non è proprio fortissima in geografia – per capire chi è che rompe il cazzo agli Stati Uniti in quel particolare momento storico. Loro sono così, un filino manichei. Hanno bisogno di sapere che qualcuno sul pianeta fa da contrappeso alla loro sostanziale bontà. Per la cronaca: adesso i cattivi sono i nordcoreani.

3. Merda secca da pena capitale

Come un tuono invece è un film talmente irritante, ma talmente irritante, che comincio a sospettare che Bradley Cooper porti sfiga. Occhei, esagero. Ricordo Bradley Cooper in qualche pellicola degna di menzione. Però me lo ricordo anche in più di un film in cui avrei aggredito fisicamente gli sceneggiatori e avrei infierito contro di loro con sadismo da Inquisitore medievale. The Words, per dirne uno. E Come un tuono, per dirne due.

Il film è brutto comunque, brutto senza appello (mi si conceda la citazione della Poison: Cianfrance, ci stai diludendo. Cianfrance pare una bestemmia barese, e invece è il nome del regista), ma tra una bruttezza sensata e una bruttezza insensata ci passa una certa differenza. Se mi fai un film di bruttezza sensata e ti appelli alla clemenza della corte, io posso anche mettere in conto l’esercizio di una certa generosità estetica. Quando invece me ne fai uno di bruttezza insensata con voli pindarici di sceneggiatura che rendono del tutto incomprensibile perché passi narrativamente dal punto A al punto B, io invece mi sento in diritto di invocare il massimo della pena e i lavori forzati. E tu, Cianfrance, te li meriti tutti. Sappilo.

Still life

Sarà stata la storia. Sarà stata la faccia di Eddie Marsan. Sarà stato il ritmo placido e sotterraneo degli eventi che si immergono come una gigantesca balena nel Pacifico e ogni tanto affiorano in superficie oppure si intravedono appena nelle profondità dell’oceano. Ma se dovessi consigliarvi un solo film da andare a vedere quest’anno, sarebbe senz’altro questo.

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