Hiroshima, mon amour

Prima di Hiroshima avevo parlato del Giappone qui, qui e qui.

Dopo Hiroshima invece penso proprio che il mio reportage possa considerarsi concluso.

In effetti Hiroshima è stata la prima città che abbiamo visitato, perché siamo sbarcati a Osaka, ma appena il tempo di mettere piede in albergo, eravamo già alla stazione per una gita fuori porta a Nara, che è a circa 30 chilometri, e la mattina dopo siamo ripartiti di buon mattino.

La nostra destinazione finale era Myajima, che è un’isoletta del Giappone meridionale. Ma siccome il ferry per raggiungerla si prende a Hiroshima, ci è sembrata una buona idea farci un giro per un paio di orette.

Adesso che è passato più di un mese faccio una certa fatica a rievocare esattamente quell’atmosfera, perché appena scendi dal bus e cominci ad attraversare il parco in fondo al quale si può visitare il Peace Memorial Museum, ti prende come una strana sensazione che potrebbe essere naturale oppure indotta, questo non posso dirlo, ma che comunque altera in qualche modo il peso del ricordo che puoi avere di un posto così.

Del resto la prima cosa che vedi, proprio all’imboccatura del parco, è questa:

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’hanno lasciata com’era. L’unica cosa che rimase in piedi. Se, come me, sei nato in una città come Roma, dove le rovine sono il pane e il companatico, di primo acchitto rilevi una strana similitudine formale: l’immagine della rovina protetta da un cancello con l’edera che cresce sulle pareti circondata da un praticello verde e curatissimo ti è familiare. L’Hiroshima Dome o il foro di Traiano, per dire. Che differenza c’è? A parte il fatto che a Roma il praticello col cazzo che è curatissimo, intendo. Concettualmente si assomigliano. C’è solo un impercettibile brivido che lì per lì non riconosci neppure. Lo provi, e non lo sai. Che dice: no. Non sono proprio esattamente la stessa cosa. Però diciamoci la verità, all’inizio davvero quasi non ci fai nemmeno caso.

Poi attraversi tutto il parco, se hai voglia te lo giri, e altrimenti punti dritto al museo. Noi l’abbiamo girato perché essenzialmente, tra me e mio marito, sommiamo in due il senso di orientamento di un lemure sbronzo e dopato, per cui in buona sostanza ci siamo persi. Dopodiché, seguendo il flusso, se Dio vuole abbiamo individuato la sagoma grigia e allungata del Memorial, e ci siamo fiondati lì.

Mentre vagolavamo tra i cespugli nella speranza di capire in che direzione muoversi, mi sono imbattuta in questa curiosa indicazione, che ho fotografato:

dove

L’ho trovata un pochino surreale, in modo tragico e poetico insieme. Esseri nati a Hiorshima, e preoccuparsi dei danni che possono fare le colombe – con tutto il loro portato simbolico – ammetterete che suona davvero strano.

Ma insomma alla fine siamo entrati nel Memorial. Che è gratuito, una cosa che mi è sembrata straordinariamente giusta, anche se non ci avrei trovato nulla di strano nell’ipotesi contraria. La struttura è a due piani. Tra il primo e secondo c’è un’area in cui puoi sederti. Forse c’è anche un bar ma non ci ho fatto troppo caso, perché lì dentro l’esigenza di riposare prende il sopravvento su qualsiasi altro impulso di base. Riposare non dalla fatica, ché non è il Louvre. Riposare dalla testimonianza puntuale e metodica dell’orrore che il cuore umano può contenere. Perché è questo che vedi lì, e lo vedi senza nessuna retorica barocca. Un orrore in prosa, quasi scientifico. Non c’è patetismo né voglia di titillare miserabili istinti pulp. Non occorre. Ti dicono le cose come stanno, e se poi a restare in piedi non ce la fai, ti offrono anche una sediolina per evitarti l’imbarazzo di un patetico mancamento. Patetico per te, ma soprattutto per loro, che com’è noto non sono un popolo che ama il sovraccarico emozionale né le sceneggiate napoletane.

Forse quello che ti devasta di più in tutto questo non è nemmeno il resoconto degli effetti, che pure c’è, ed è puntuale. È la cognizione che non è accaduto a caso, ma è stato pensato, voluto, organizzato con metodo. Un obiettivo militare scelto al posto di altri, cartina alla mano, perché, per esempio, non c’erano prigionieri americani in zona. L’idea che uomini e donne abbiamo potuto sedere a un tavolo e progettarlo prima che accadesse, quando ancora sarebbe stato possibile evitarlo. L’idea di un capo di stato capace di pensare che fosse necessario. Ecco, è questo che ti costringe a sedere sulla tua sediolina e a guardare fuori dalla finestra per un po’. Perché d’improvviso l’appartenenza alla razza umana, la condivisione degli impulsi biologici di base con quel genere di persone, ti risulta intollerabile. È il male dentro di te. Qualcosa che vorresti estirpare. Così radicata e profonda è la sensazione del lato oscuro, che non puoi evitare di pensare che una parte di responsabilità ce l’hai anche tu. Che in condizioni analoghe, in epoche altrettanto incerte e pericolose, magari qualcuno avrebbe potuto convincere anche te della necessità di un epilogo del genere. E questo ti schianta. Ti riduce un mollusco. Ti fa uscire a stento da quell’edificio. Di sicuro, non ti permette di dimenticarlo.

Alla fine, nella straordinaria imprevedibilità del caso che è così spesso portatore di grazia, specie quando non te lo aspetti, la vita ha steso un tappeto di impercettibile letizia davanti ai nostri passi. Mentre attraversavamo il parco a ritroso per tornare alla stazione, siamo stati fermati circa duecento milioni di volte da gruppetti di studenti in divisa fra gli 8 e i 12 anni. C’era sempre un capobanda col quadernetto in mano tipo messale, che con aria cerimoniale compitava frasi del tipo: goodmorning sir, goodmorning madame, may I ask you a question? mentre i compagnucci  – bande di 8 o 10 ragazzini – si accalcavano alle sue spalle e crepavano di ridarella con le mani a coprire le bocca.

Io e mio marito abbiamo giocato graziosamente alla Queen Elisabeth e Prince Consort, e chinando il capo ci siamo prestati al gioco rispondendo a tutte le domande, e attendendo con pazienza mentre le nostre impressioni venivano trascritte con acribia sullo stesso quadernino dopo accesa consultazione su ortografia e pronuncia.

Quando ci ha bloccati il quarto commando di minorenni consecutivo, abbiamo seriamente temuto di non riuscire più a tornare al treno, ma abbiamo tenuto duro. E non ci saremmo persi l’esperienza per tutto l’oro del mondo.

Alla fine di ogni intervista – così prevede il protocollo che si è svolto nello stesso identico modo anche in altre città giapponesi – abbiamo anche ricevuto un gentile omaggio per il disturbo. Un origami a forma di cigno. Li abbiamo conservati. Verde quello di mio marito, e giallo il mio.

Fra quei bambini straordinariamente sorridenti e cortesi, così potenti nella verità della loro bellezza, c’era quasi sicuramente qualche lontano bis o trisnipote nel Mostro. C’era per forza, è un’ovvietà geografica. Mi è parso un bel segnale, forte e chiaro come quello che avevo ricevuto dentro il Memorial, anche se di segno opposto. C’è sempre qualcosa che fa da contrappeso al male. Qualcosa di uguale potenza, profondità e rigore. Nel mezzo, esattamente equidistanti, ci siamo noi. Io, voi, tutti. Ognuno sceglie da che parte desidera guardare. La distanza da entrambi i poli rimane identica. Anche la speranza concreta di felicità. Quello che cambia è il cuore. Perché l’unica cosa che fa la differenza – al netto di ogni gioia e dolore che siamo destinati a provare – è la forma che assume a seconda dell’orizzonte che decidi di chiamare mio.

swannnn

Annunci

Ordine & metodo

E riprendiamo col Giappone. La prima puntata era qui, e la seconda qui.

Come mi aveva fatto notare Viperuzz per via digitale mentro ero lì, il limite di tanta iperstellare efficienza è che non conosce modulazione applicativa. Detto in altre parole, se il protocollo prevede un certo pattern, quel pattern si applica sempre senza tenere in alcun conto le circostanze di contesto. E se considerate che in fondo l’intera storia evolutiva dell’umanità – e la ragione per cui come specie siamo ancora presenti su questo pianeta – è il talento esattamente opposto, capite bene quali sono le controindicazioni.

Faccio un esempio. A Tokyo siamo andati a visitare la Mori Tower di Rappongi perché è l’observation deck più famoso della città. Potenzialmente si vede tutto fino al Fujiama. Empiricamente però c’è un tale livello di umidità mista a smog che in confronto io, che abito in pianura padana, c’avevo la sensazione di venire dalla Death Valley, per cui se riesci a lanciare un’occhiata in giro per un paio di centinaia di metri è già molto. In giorni o in stagioni diverse da quelle in cui siamo andati noi è probabile che all’accesso ascensori ci sia una discreta folla. Lo deduco dal fatto che gli ascensori sono 4, da 20 persone l’uno, e che c’erano almeno tre persone messe lì per ordinare la folla ed evitare casini. C’è una linea per terra, e serve a indicare il ‘no trespassing point‘ di modo che si formi una fila ordinata. Che poi i giapponesi abbiamo bisogno di aiuto per formare una linea ordinata, già quello di per sé è un concetto piuttosto metafisico.

E faccio subito una dogressione esemplificativa, poi torno a bomba. Un giorno alla stazione di Osaka mi fermo appena prima della linea gialla in attesa della metro, e lo faccio assolutamente a cazzo. Non in un punto preciso, cioé, ché non avevo la minima idea di doverlo individuare. Per me il concetto di metro è abbastanza connesso all’idea di assalto alla diligenza. Te fermi dove te pare, e speri che il dio delle porte automatiche ti lasci in prossimità di un ingresso, altrimenti sai già che dovrai cazzottare a caso l’utenza per riuscire a salire. Sono arrivata  che il treno precedente era appena passato, per cui non c’erano altre persone prima di me. Mi fermo, mi leggo il cartellone dalla parte opposta dei binari per ingannare il tempo, 40 o 50 secondi dopo mi giro, e senza che nemmeno me ne accorgessi, dietro di me, esattamente in corrispondenza alla mia posizione, si era già formata una fila perfetta. Mi avevano preso come riferimento per il solo fatto di essermi fermata. A rigore non era nemmeno in corrispondenza del segnale che indicava il punto preciso di apertura delle porte – che naturalmente c’è – ero un pochino più a destra. Non ha avuto nessuna importanza. Secondo quel senso della collettività organizzata che gli è proprio, mi si sono tutti accodati senza fiatare. Mi sono sembrati così inconcepibili che li ho fotografati.

20140602_115635E comunque sia chiaro che, con me o senza di me a fare da caro leader, la metro si aspetta rigorosamente così. Per dire.

metro2Ma torniamo alla Mori Tower di Rappongi. Dicevo quindi che malgrado nulla sia più inconcepibilmente superfluo dell’istigare il giapponese medio alla fila – è un drive che hanno dentro a livello cromosomico, una treib che se solo Freud l’avesse saputo ci avrebbe scritto un’appendice della Psicopatologia della Vita Quotidiana – ugualmente il protocollo prevede che i tre addetti ai controlli stiano lì non solo a mostrarti la linea bianca indicandola e inchianandosi quasi fino a terra con dovizia di spiegazioni epiche che sailcazzo cosa dicono perché va da sé che non ho capito, ma che lo facciano del tutto indipendentemente dal numero di presenti. È chiaro che se nell’atrio ci sono 200 persone, è più che opportuno indirizzarle e smistarle. Ma nel caso specifico erano più loro che noi. Noi eravamo in due. E ci hanno trattato come fossimo una folla. Soprattutto ci hanno comunicato l’assoluta necessità di piazzare il piedino esattamente in corrispondenza della linea bianca, non un centimento più avanti, nè un centimetro più indietro. Giuro che se non avessimo ottemperato con sollecitudine si sarebbero piegati a terra per collocarci il piede a mano, perché era palese che sulla norma non si poteva transigere.

Viene spontaneo chiedersi: ma in caso di un’emergenza davvero imponderabile, una di quelle che nessuna delle tue linee guida può realmente prevedere – giacché la natura della vita è appunto quella di essere in ultima analisi assolutamente impredicibile – voi come vi regolate?

L’eleganza, la precisione, l’inappuntabile sequenza degli eventi nei tempi e nei modi appropriati sono belle qualità. Ma non a caso, a ogni collasso di civiltà non sono mai i bizantini quelli che sopravvivono. Semmai i visigoti.E sapete che vi dico? Che secondo me ai giapponesi in fondo non frega. La sopravvivenza non è una priorità. L’ordine e il metodo lo sono. Al limite anche a costo dell’estizione.

Prossima puntata: Hiroshima, mon amour.

Porco il mondo che c’ho sotto i piedi

Quello che ho davvero adorato in quest’uomo non è stato ciò che ha fatto, perché secondo me non gli è riuscito tutto bene nello stesso modo. Anche se adesso va di moda dire il contrario in omaggio alla famosa teoria del controtempo postumo che è la patria del luogo comune di ritorno. In vita devi dirne spesso male e in morte sempre bene. Sembra sia un atto di generosità a favore del morto, e invece è solo l’ultima volta che ti servi di lui per vivere di popolarità riflessa. Il solo concetto che ti interessa far passare è che tu sei l’unico ad averci visto lungo dicendone mirabilia anche in tempi non sospetti.

Per me il comico è stato eccezionale. Sull’autore di testi non mi pronuncio perché non ne conosco quasi nessuna. L’attore era modestamente efficace, sopratutto perché aveva una faccia espressiva. Però il corpo non aveva presenza scenica, e anche la voce non era granché. Come scrittore ho letto solo Io uccido, e l’ho trovato tremendo. Scritto coi piedi su una trama fasulla e con voragini allusive imbarazzanti (ancora mi ricordo la descrizione della statua ellenica come pezzo d’arte pregiato in un villone di lusso: ma che è una statua ellenica? Ellenistica, magari, forse? E no, non è la stessa cosa. La verità, vi prego, sulla storia dell’arte).

Ma non c’è stato un solo momento in cui ce l’abbia avuta con lui, e per tre ragioni.

La prima è che di tutte le sue incredibili fortune è sempre stato grato. Mai una volta l’ho sentito dire una mezza parola di pomposo autocompiacimento, manco quando D’Orrico gli metteva il faccione in copertina con su scritto Il Più Grande Scrittore Italiano.

La seconda è che si è goduto tutte le fortune che gli sono capitate senza annacquarle nei rivoli delle tristezze paraesistenzialiste di tanti artistoni preoccupati di derogare al dogma dell’infelicità. Gli intellettuali non possono essere felici, maccherscherzi, sennò fanno una figura di merda.

E la terza è che ha vissuto la vita che ha voluto provando a fare tutto quello che gli è passato per la testa senza farsi spaventare da niente e da nessuno. Così, per il gusto di farlo.

Che se avessi figli e dovessi dargli un solo e unico comandamento, sarebbe esattamente questo. E non avrebbero bisogno d’altro.

Giorgio-Faletti-480x549

 

Upside down

E insomma, si diceva, il Giappone. Ce ne sono di cose da dire, per cui mi sa che il resoconto uscirà a puntate, anche per evitare di stramazzare la gentile utenza.

Il Giappone è un gran bel paese. Ma al di là delle sue indiscutibili bellezze paesaggistiche e urbane, quello che m’ha veramente fatta impazzire sono i giapponesi. Va premessa una cosa: io non sono il genere di viaggiatore da natura incontaminata. È un mio limite. La natura incontaminata è senza dubbio meravigliosa, ma siccome ho sempre trovato più seducenti i paesaggi interiori, la apprezzo, ma non mi commuove quanto riescono a fare gli esseri umani nella loro proteiforme varietà.

Sotto questo profilo, sono abbastanza incline a ritenere che i giapponesi occupino il punto opposto della parabola antropologica rispetto a quello in cui ci troviamo noi. Il che per inciso spiega per quale ragione esercitiamo un fascino così evidente su di loro. E loro su di noi. Se il secondo passaggio ha una letteratura meno evidente del primo, è perché il flusso turistico dall’Italia verso il Giappone è nell’ordine di 100:1. In 12 giorni di viaggio ho visto forse due italiani. È evidente che pochi ancora lo considerano una meta interessante. Il che è un peccato.

Se in un delirio di riduzionismo dovessi concentrare la nipponicità in un solo carattere, direi che è questo: la ritualità. Al giapponese, secondo me, non frega mai una mazza di nulla in termini di contenuto. Si può fare andare bene la rava o la fava indifferentemente. Da sole, insieme, o in sequenza ritmata. Basta che gliela ammannisci secondo le forme dovute. Che devono essere le più complicate possibili. Ma anche le più seducenti dal punto di vista estetico, prossemico e formale. Mi hanno fatto pensare agli Ent: “…we do not say anything in it, unless it is worth taking a long time to say, and to listen to.

Ecco, è questo. Deve valerne la pena. Sempre. Non si deroga su nulla. Non esiste una gerarchia dei fenomeni che separa i pochi eventi di rappresentanza accompagnandoli con comportamenti degni o sacrali – come accade all’incirca in qualsiasi altra parte del mondo – da tutto il resto fatto invece ad minchiam come ti viene, con le ciavatte ai piedi e la magliettazza sdrucita coi buchi ai gomiti, perché tanto non ti vede nessuno. Soprattutto non esiste compito, professione, o comportamento, che sia considerato troppo umile per consentire a chi lo pratica una deroga al rispetto delle forme previste dal protocollo. Non avevo mai visto spazzini, controllori, addetti alla pulizia dei cessi o scribacchini, che si comportano con la stessa dignità formale che avrebbero se fossero plenipotenziari all’ONU. Non nel senso della pomposità. Nel senso della religiosità. Il lavoro è un culto. Il servizio è un culto. In ultima analisi, temo, essere giapponese è un culto.

Il che ha alcuni innegabili vantaggi. Prendi i treni, per esempio. Se sei italiano, nemmeno di fronte a una legione di madonnine che si mettono a piangere sangue a spruzzo e simultanemente a ballare la macarena dimenando le anche, riusciresti a provare altrettanta sorpresa di quella che ti piglia quando prendi un treno giapponese che spacca-il-secondo. E non un treno isolato. Tutti i treni. Sempre. Comunque. Anche quelli della metro. Non c’è Fukushima che tenga. Non c’è mamma malata. Non c’è il piccolo col raffreddore. Non c’è il non mi compete. Non c’è con quello che mi pagano. Non c’è quello stronzo del capo. Niente. Nulla. Mai. Sul treno che abbiamo preso a Tokyo per raggiungere l’aeroporto di Narita alla fine del viaggio, c’era il display che elencava i voli in partenza e il terminal corrispondente, per indicare ai viaggiatori dove dirigersi una volta scesi. Essendo un volo internazionale, e siccome Narita è abbastanza distante da Tokyo, l’abbiamo preso con 4 ore di anticipo rispetto alla partenza prevista. E sul display, in corrispondenza del nostro volo, c’era scritto on time. Non tutti i voli avevano quell’indicazione, quindi non era una roba che stava lì di default. Il nostro volo ce l’aveva e per me è stata una visione onirica, una specie di ossimoro metafisico tra le variabili scheduled departure time e ora attuale. Come fai a sbilanciarti sull’idea di puntualità quattro ore prima dell’evento a cui ti riferisci? Mezz’ora prima, forse, se proprio sei davvero bravo, mi puoi dire on time. Ma quattro ore prima, fa in tempo ad arrivare un tifone dal Pacifico e a spazzare via l’arcipelago; fa in tempo a scatenarsi un’epidemia di Ebola e a decimare la popolazione; fa in tempo a schiudersi l’ovetto di Godzilla e a mandare giù il terminal 1 + il 2 come digestivo. Come puoi essere certo di controllare l’immensa mole di variabili che nei prossimi 240 minuti potrebbero abbattersi tra te e la tua idea kantiana di partenza in orario? Io non lo so come fanno. Ma lo fanno. Bisogna avere un’incrollabile fiducia nei propri mezzi, inteso come potenziale della collettività, per poterci riuscire. E lore evidentemente ce l’hanno.

Solo che tutto questo deve avere un costo, o almeno immagino. Che credo sia facilmente associabile ad altre caratteristiche tipicamente giapponesi, e molto meno vantaggiose della puntualità dei mezzi pubblici. A cominciare per esempio dall’elevatissimo tasso di suicidi. Leggevo tempo fa che il Governo ha creato una sorta di task force di psicologi statali con lo scopo specifico di tentare di arginare il fenomeno che ha dimensioni epidemiche.

E in effetti viene spontaneo pensare che ci sia una relazione. Perché la mia impressione è che dentro ogni giapponese ci sia moltissimo noi. E pochissimo io. Per creare un popolo con un animus così fortemente militarizzato, gli devi necessariamente estirpare l’individualità come una superfetazione maligna. L’ego giapponese me lo immagino microscopico, una nocciolina psicodinamica sotto il tallone di un Super Io mostruoso. Nulla di quel che ti definisce come individuo – carattere, inclinazioni, umore, passione, curiosità – deve mettersi in mezzo tra te e il tuo senso del dovere. La tua realizzazione deve coincidere con la versione pubblica di te, con il tuo ruolo e la tua funzione. Tutto il resto è scoria psichica inutile e potenzialmente dannosa.

E per tornare alle considerazioni di apertura: è chiaro a questo punto perché gli italiani rappresentino l’iperuranio, no? Noi siamo il massimo dell’esotismo. Sessanta milioni di ego ipertrofici che abitano una penisola grande all’incirca come il loro paese. Tutti i giapponesi messi insieme non agglomerano un ego paragonabile manco a quello di un concorrente medio del Grande Fratello. Figuriamoci quello di Berlusconi.

giappone_60

Mi ricorda qualcosa

Ok, lo ammetto, ho visto anche White House Down. E ovviamente non perdo tempo a chiedermi come sia stato possibile fare in tempi così brevi due film assolutamente identici – l’altro è ovviamente Olympus has fallen – nei contenuti, nella sostanza, ma soprattutto nel fatto di essere due puttanate iperstellari. Se proprio vi punge vaghezza di produrre cazzate fritte e rifritte, non sarebbe buona idea almeno centellinarle semel in biennio? Evidentemente no, perché ce le hanno ammanite in sequenza proprio una dietro l’altra.

Piuttosto, se proprio devo perdere tempo a farmi una domanda, mi chiedo come sia stato possibile che Emmerich, partendo da una cosina in fondo graziosa come Indipendence Day, sia riuscito a coprire tutta la parabola che collega la gustosa presa per il culo dell’immaginario patriottico americano, alla più bovina acquiescenza a stereotipi cupi e reazionari.

Perché Will Smith che prende a cazzotti il baccellone rugoso nel pieno deserto del Nevada io l’avevo trovato davvero riuscito.

 

Con questo non voglio dire di essermelo goduto come quella chicca di Mars Attacks! ma di sicuro mi aveva divertito più di questa merda a salve, troppo reazionaria perfino per avere il coraggio di essere dichiaratamente splatter.

Noto per inciso che in linea di principio i presidenti ficticious nel genere action movie che il cinema americano mette insieme da almeno 30 anni a questa parte – Harrison Ford, Bill Pullman, Aaron Eckart, William Hurt – sono tutti bianchi tra i 40 e i 50, wasp, bellocci, tonici, biondo cenere, e col capello inamidato a tettoia tipo America Graffiti.  Ma il modello iconografico sotteso è JFK o Big Jim?

Ad ogni modo almeno sotto questo profilo White House Down rappresenta pur sempre una minuscola evoluzione, no? Il presidente è tra i 40 e i 50, belloccio, tonico e col capello inamidato a tettotia che non si scompone di un pelo dalla prima all’ultima esplosione di materiale radioattivo in due ore di film. Parrucchieri coi controcazzi, alla White House. Ma almeno la nuance del capello non è biondo cenere. Per non parlare di quelle dell’incarnato che vira parecchio al gianduia.

Procedendo di questo passo, vedrai che prima o poi un filo di autoironia gli scappa fuori di sicuro.

 

Il Queer leader

Adesso esce fuori che gli piacciono i gay. Dico al leader dell’opposizione col toupè trapiantato. Ieri sera ho sentito anche l’intervista a Feltri ortogonalmente allineato col capo, che si pronunciava in favore dei diritti degli omosessuali con la stessa naturalezza di uno che mastichi cartone mescolato a calcestruzzo. Sembrava una di quelle dichiarazioni rese dagli ostaggi occidentali catturati in qualche lembo d’Africa o d’Arabia da gruppi più o meno simpaticamente affiliati ad Al Quaeda. Con un po’ d’attenzione, sullo sfondo dello studio, intravedevi in controluce il miliziano col machete che alla prima svista gli avrebbe fatto saltare il coppino tipo Mastro Titta al pieno della forma.

Insomma la linea di partito ora pare essere quella. Entusiasmo a mille. Parità di diritti. LGBT proud. E semo tutti froci e l’amo sempre saputo, cheteccredi?

Non ne capisco abbastanza di politica per immaginare perché ora gli convenga questa linea, ma stento a credere che sia spontanea, come ogni altra cosa che ha detto o che ha fatto, ad eccezione dei soli pregiudizi veterotestamentari innati. Quella è proprio roba sua, automatismi inconsci e alleli reazionari che s’è portato dietro per via ereditaria dai tempi del nonno del nonno di suo nonno. Qualsiasi altra cosa invece è frutto di calcolo politico, per cui immagino che nemmeno questa faccia eccezione.

Va bene, stiamo a vedere cosa succede. Hai visto mai che da una verità che non ha fatto altro che invalidare con ogni cosa che ha detto negli ultimi vent’anni, non esca fuori per miracolo qualcosa di buono. Visto che una volta tanto quel che coincide con i suoi interessi del tutto incidentalmente risulta essere anche una sacrosanto principio di civiltà. Non che ci creda davvero. Sarà per l’appunto solo fuffa mediatica per buttarla in vacca. Ma insomma, certe volte succede.

L’ottimismo è comunque un dovere civile. Spesso l’ultimo che resta possibile praticare. Quindi teniamocelo caro.

img_archivio11922013114845